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Piemonte: nel 2021 sempre più medici lasciano gli ospedali pubblici

Le considerazione del segretario regionale Chiara Rivetti

Medico dottore

Gentile direttore,
                        il fenomeno delle dimissioni dagli ospedali, con i medici che decidono di abbandonare il tanto ambito e prestigioso posto a tempo indeterminato in ospedale, è una evidenza recente. Da sempre un certo numero di medici decide di cambiare lavoro, ma i dati del Conto Annuale del Tesoro e della piattaforma Opessan, evidenziano che dal 2017 in tutta Italia si assiste a una vera e propria esplosione del fenomeno, con un trend in progressivo aumento fino al 2020.

I dati del 2020 infatti paiono sovrapponibili, anzi in flessione, rispetto gli anni precedenti: il 2020 è l’annus horribilis della prima ondata pandemica, e poi della seconda. A meno che il nuovo lavoro non fosse pianificato da tempo, i medici dipendenti hanno rallentato i licenziamenti per non abbandonare i Colleghi proprio durante la peggiore crisi sanitaria dell’ultimo secolo affrontata da tutti con un ammirevole senso di responsabilità, che ha valso loro l’appellativo di “eroi”. Ma degli eroi ci si è presto dimenticati. Nelle ondate successive alla prima, i medici hanno lavorato sempre nella stessa impreparazione e improvvisazione organizzativa di Marzo 2020. Letti e professionalità riconvertiti a seconda delle necessità, senza alcuna condivisione delle decisioni. Spostati come pedine, un nome in una casella, non di rado vuota causa infezione da Sars-CoV-2. Alla gestione dei malati covid, per i medici ospedalieri si è aggiunto il carico della campagna vaccinale e del recupero di drammatiche liste d’attesa. E tutto questo, compreso l’enorme carico emotivo delle morti per Covid, in un contesto che già lamentava pesanti carenze di organico. 

E dunque, nel 2021, la grande fuga: 331 sono i medici che in Piemonte hanno deciso di lasciare la dipendenza dal SSN e proseguire altrove. Rappresentano il 4% del totale dei medici attivi e rispetto all'anno precedente sono cresciuti del 27% (dati Opessan). Nel 2021, sul totale dei 331 medici che si sono licenziati, risultano 35 quelli che sono passati alla medicina territoriale, un numero superiore a quello rilevato nei due anni precedenti (22 nel 2020 e 23 nel 2019). Sul totale di questi 35, circa la metà va a fare lo specialista ambulatoriale (17), 4 i Medici di famiglia, 9 i Pediatri di libera scelta. I restanti 5 scelgono di lavorare nella continuità assistenziale. Valutando la percentuale di medici cessati sul totale dei medici attivi in ciascuna Azienda, risulta che le percentuali più elevate (sopra il 6%) si fotografano presso l'Azienda Ospedaliera di Alessandria e l'ASL di Novara, al pari dello scorso anno ma con percentuali più elevate. Seguono l'ASL di Asti e del VCO che sfiorano il 6%, e l’ASL di Alessandria e di Biella, che hanno percentuali alte e sovrapponibili. In generale, il polo alessandrino aveva già mostrato elevate fuoriuscite di medici nel 2020. Le Aziende da cui emerge una maggiore fuoriuscita di personale sono situate fuori dalla città metropolitana di Torino. Nel 2021, all'interno della città metropolitana di Torino, registrano più cessazioni di medici l'ASL TO3 (con il 5% di medici licenziati sui medici attivi), l’AOU S. Luigi e l’ASL TO4, che si attestano su percentuali di quasi il 3%. Nel 2021 i medici di Medicina Interna balzano al primo posto nella classifica di quanti scelgono di abbandonare il SSR. Al secondo posto si collocano i medici specializzati in Anestesia e Rianimazione, con valori analoghi a quelli dei due anni precedenti. Al terzo posto i medici di Chirurgia Generale, che mostrano un aumento di cessazioni. Nel 2021, 179 medici donna e 152 medici uomini, hanno lasciato volontariamente il SSR. Se si calcola la percentuale di donne e uomini cessati sul numero di medici attivi distinti per genere, la quota di donne cessate risulta, seppur di poco, superiore a quella degli uomini: le donne che hanno lasciato il SSR sono il 3,8% delle donne medico attive mentre gli uomini il 3,4%. 

Cosa cercano i medici che si licenziano? La domanda sarebbe d’obbligo, per chi volesse in qualche modo limitare la fuga, salvare la nave che affonda. Cercano orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia. Cercano un sistema che valorizzi le loro competenze, un lavoro che permetta di dedicare più tempo ai pazienti. Vogliono poter avere una vita privata e non sacrificare la famiglia. Invece, per la carenza di personale, i turni disagevoli sono in netto incremento, con weekend quasi tutti occupati da guardie e reperibilità, con difficoltà perfino nel godere delle ferie maturate e straordinari non retribuiti. Il lavoro non solo è diventato sempre più gravoso ma gli operatori sanitari sono costretti quotidianamente ad affrontare rischi crescenti legati ad aggressioni, sia verbali che fisiche, e denunce in sede legale. In particolare è da considerare che la presenza delle donne in sanità è in progressivo aumento e i turni disagevoli previsti dal lavoro in ospedale non consentono loro di dedicarsi alla famiglia come vorrebbero. La motivazione raramente è la maggiore remunerazione, anche se non può sfuggire come la mancata applicazione in periferia del Contratto Collettivo 2016/2018, firmato definitivamente nel lontano Dicembre 2019, e la scadenza del 2019/2021, non ancora firmato, non possono che influire negativamente. Per questo i medici lasciano il pubblico e optano per studi privati, ambulatori convenzionati, o scelgono la medicina del territorio (medico di famiglia, pediatra di libera scelta o sumaista). Il privato, diventa sempre più attrattivo, anche per la possibilità di un trattamento fiscale agevolato del reddito prodotto. Per la medicina di famiglia o specialistica ambulatoriale si aggiunge il fatto di non prevedere il lavoro notturno e festivo. Nel 2021, la drammatica esperienza di aver gestito le ondate pandemiche senza poi assistere a un concreto investimento nella sanità pubblica, soverchiati da slogan da propaganda, ha definitivamente tolto ogni illusione di cambiamento. Di fatto, il PNRR si sta rivelando un’operazione edilizia ed il rapporto spesa sanitaria/PIL scenderà sino 6,2% nel 2025. Il quadro che emerge lascia presagire il progressivo declino della sanità universalistica, per come la conosciamo. Per evitare il disastro serve un cambiamento radicale, che veda i medici ospedalieri come attori e i pazienti come obiettivo. Mentre ad oggi l’obiettivo prioritario è fare annunci, dare l’impressione che tutto funzioni e possibilmente raggiungere il pareggio di bilancio.

Dott.ssa Chiara Rivetti
Segretaria Regionale Anaao Assomed Piemonte

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