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Giorno della memoria

"La mia storia di Hurbinek" di Mouhamed Mane

I racconti degli studenti della classe II A del Corso Sociale "Lanino"

Auschwitz

Giornata della memoria

Il 27 Gennaio si celebra il Giorno della Memoria e l’Istituto professionale “Lanino”, in questo periodo sta creando un’ UdA (Unità didattica di apprendimento) interdisciplinare, un nuovo modo di fare didattica.
"L’UdA è una parte fondamentale del percorso formativo e ne costituisce la base - spiegano gli studenti della classe II A - Corso sociale - Con questo acronimo si indica un insieme di occasioni di apprendimento che consentono all’allievo di entrare in un rapporto personale con il sapere. Viene sviluppato un argomento, o meglio un campo di apprendimento, preferibilmente integrato, cioè affrontato da più discipline e insegnanti, con l’apporto di più punti di vista. Noi abbiamo svolto in Italiano un Laboratorio di scrittura creativa per realizzare l’UdA. Il titolo è 'Racconto e mi metto in gioco'". Spiegano i ragazzi: "Ci siamo immedesimati in un personaggio incontrato in Letteratura, nel programma svolto fino a ora che ci ha colpito particolarmente".

Il primo racconto è opera di Mouhamed Mane,  e si intitola "La mia storia di Hurbinek".

Salve mi presento!
Mi chiamavano Hurbinek. In verità, non era il mio vero nome quello, ma il nome che mi davano le persone che erano con me ad Auschwitz. Ero un bambino piccolo e indifeso, di circa tre anni, vittima della follia nazista. Avevo una paralisi agli arti inferiori, precisamente dai reni in giù.

Ero incapace di parlare, ma dimostravo molta forza di volontà per sopravvivere nell’inferno del lager. I nazisti, crudeli e spietati mi hanno portato via dai miei genitori prima di togliergli la vita. Così, io, orfano e innocente, mi sono ritrovato nel campo di concentramento. Ero triste, con un viso smunto come quasi tutte le persone che mi circondavano, ma avevo gli occhi pieni di vita e speranza, una gran determinazione e una volontà di rompere il mio silenzio.

I miei cari non hanno avuto il tempo, l’occasione di insegnarmi a parlare e nessuno si era curato di farlo al lager. Comunicavo con il mio sguardo che era carico di forza e di pena. Le ragazze polacche, che si mostravano tenere nei miei confronti, mi riempivano di baci e carezze, ma non hanno mai stabilito un contatto vero con me. 

In quell’ inferno, che puzzava di morte, di brutalità, dove regnava la crudeltà e la violenza nazista, pieno di gente confusa e impaurita, ovviamente mancava terribilmente la sensibilità, insomma non c’era un briciolo di umanità. Tra le persone che mi giravano attorno , tra i deportati incontrai quella bontà umana che mi mancava. La trovai in Henek, un ragazzo ungherese di circa quindici anni, tranquillo e gentile, che si sedeva sempre accanto a me. Si occupava di me e si preoccupava per me. Praticamente aveva un atteggiamento materno nei miei confronti. Mi portava da mangiare, metteva in ordine e ripuliva le mie coperte e mi parlava sempre nella sua lingua. Era l’unico a volermi insegnare a parlare e lo faceva con molta calma e pazienza. Da quando l’ho conosciuto la mia vita ha preso una grande svolta.

Dopo settimane, standomi accanto, Henek riuscì a farmi parlare, anche se inizialmente pronunciavo delle parole che non capiva nessuno, ma andava bene lo stesso perché per la prima volta nella mia vita sono riuscito, grazie all’aiuto di Henek, a dire qualcosa. In quel modo, piano piano, ho imparato a parlare l’ungherese, a interagire con Henek e con altre persone. Ero in qualche senso felice, in un luogo dove la felicità non era la benvenuta. Non ero più quel bambino triste, rinchiuso nella tomba del mutismo. Dopo la liberazione dal campo, sono andato via, libero dall’inferno del lager con il mio ormai più che fratello. 

La mia determinazione, la mia forza e volontà mi hanno fatto sopravvivere in quel campo, ma Henek mi ha dato felicità, ha cambiato la mia vita e, grazie a lui, ho potuto testimoniare l’orrore che  milioni di altre persone e io abbiamo vissuto nel lager.

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