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Sulla mia strada

"Essere suoi discepoli è il titolo più onorifico a cui possiamo ambire"

Monsignor Sergio Salvini commenta il Vangelo di domenica 4 settembre

Vangelo di Luca

"Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo (Lc 14,25-33)".

Leggendo seriamente la pagina evangelica odierna, e prendendola radicalmente come proposta di vita, c’è da restare sconcertati, nel momento in cui veniamo sollecitati a odiare ciò che è naturalmente amabile, e a disprezzare ciò che, sino a prova contraria, è dono di Dio, concentrando, invece, la nostra predilezione sulla Croce.
Gesù non era un folle, anzi, è stato un campione insuperato di equilibrio, e, quando avanza pretese tanto radicali, in fondo, non fa altro che ricordarci come, nella vita, vi sia, e vi debba essere, per tutti una gerarchia di valori, per mantenersi fedeli alla quale, occorre mettere in previsione sacrifici forti, rinunzie eroiche, tagli drastici, nei confronti di tutto ciò che impedisce la coerenza e la fedeltà.
Il bene è una grazia a caro prezzo, direbbe Bonhoeffer. Se vi è uno in grado di spiegare quanto alto sia il prezzo, questi è proprio Gesù Cristo che, non con oro o argento, ci ha riscattati dalla nostra vita vuota. Essere suoi discepoli è il titolo più onorifico cui un uomo possa ambire. Essere suoi discepoli è la più alta qualità di vita che si possa conseguire. Essere suoi discepoli è la massima realizzazione della nostra umanità.

Evidentemente traguardi così elevati non sono conseguibili da un giorno all’altro. Esiste una gradualità di ascesi, che è data a noi come possibilità di raggiungere le vette più impervie, e questa risiede nell’Eucaristia della domenica, durante la quale, assimilando la Parola di Gesù continuamente seminata, e nutrendoci del suo Corpo, della sua vita, del suo esempio di donazione, apprendiamo l’arte di amare, l’arte della coerenza, l’arte della fedeltà, l’arte del sacrificio, l’arte della donazione, l’arte della gratuità, l’arte della rinunzia, l’arte del discernimento e della classificazione dei valori, l’arte del riconoscimento dei “valori non negoziabili”, l’arte della sapienza.
Senza l’Eucaristia si impone l’impero della stoltezza a discapito del Regno di Dio. Quando l’Eucaristia viene collocata al centro che le compete, la Sapienza diviene patrimonio di strati sempre più larghi di umanità. Oggi, uno dei verbi tramontati, sino a divenire desueti, nel frasario e nelle abitudini della gente è “rinunziare”.
Abituati come siamo all’esaudimento, anche del capriccio più scriteriato, abbiamo reso tale verbo sinonimo di un aggettivo: “disumano”. Rinunziare ha assunto il significato di abdicare all’umanità, e, quindi, non si deve rinunziare a niente. Probabilmente ci siamo dimenticati che la porta di accesso al Battesimo è costituita da una sorta di architrave, in tre domande, che hanno un’unica risposta: “Rinunziate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio? Rinunziate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato? Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. Risposta: “Rinunzio!”. La rinunzia, o l’ascesi, non sono dimensioni disumane o antiumane, retaggio di secoli impropriamente chiamati oscuri, sono, piuttosto, la scuola di robustezza interiore, di fortezza spirituale, di vigore umano, mancando la quale ci si ritrova incapaci di fare scelte, di assumere impegni continuativi, di seguire opzioni fondamentali radicali e definitive.
Senza la rinunzia tutto diviene aleatorio, persino la nostra umanità, e ci ritroviamo smarriti dentro un mondo dove la parola non ha più peso, dove l’onore è risibile, dove la fedeltà viene scambiata per difetto, dove la coerenza viene contrabbandata per intransigenza e l’identità per fondamentalismo.

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