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Sulla mia strada

Il padre non rinfaccia ma abbraccia trasformando la lontananza in carezze

Monsignor Sergio Salvini commenta la parabola del Figliol prodigo

Figliol prodigo

"Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita" (Lc 15,1-3.11-32).

A Dio basta il primo passo! L’importante è ritornare a casa da Lui. La parabola è divisa in quattro sequenze narrative.
Prima: Un padre e due figli. Di solito le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano drammi e menzogne: Caino e Abele, Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli. Da ultimo il dolore dei genitori. Un giorno il figlio minore se ne va, in cerca di se stesso, con la sua eredità, di "vita".
Il padre non si oppone, lo lascia andare anche se teme che si farà del male: lui ama la libertà dei figli, la provoca, la festeggia, la patisce.
Seconda: il giovane inizia il viaggio della libertà, ma le sue scelte si rivelano scelte senza salvezza: «sperperò tutto». Illusione di felicità da cui si risveglierà in mezzo ai maiali, ladro di ghiande per sopravvivere: il giovane bello e ricco è diventato servo.
Lo fanno ragionare la fame, la dignità umana perduta, il ricordo del padre.
Con occhi da adulto, ora conosce il padre innanzitutto come un signore che ha rispetto della propria servitù. Decide di ritornare, come uno dei servi: non cerca un padre, cerca un buon padrone; non torna per senso di colpa, ma per fame; non torna per amore, ma perché muore. A Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in cammino, a lui basta il primo passo.
Terza: Il padre, lo vede che era ancora lontano, gli corre incontro. Il padre non rinfaccia ma abbraccia: ha fretta di capovolgere la lontananza in carezze. Perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio. Con gesti che sono materni e paterni, compie atti regali: «il vestito più bello, l'anello-sigillo, i sandali, il banchetto della festa».
Quarta: Lo sguardo ora si posa su di un terzo personaggio, l’altro figlio. L’uomo di ritorno dal lavoro sente la musica, ma non sorride: lui non ha la festa nel cuore… lavoratore, ubbidiente e infelice. E’ sempre alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore che non ama le cose che fa, e non fa le cose che ama: io ti ho sempre ubbidito e a me neanche un capretto... il cuore assistente, il cuore altrove.
E il padre, che cerca figli e non servi, fratelli e non rivali, lo prega con dolcezza di entrare: è in tavola la vita. Il finale è aperto: capirà?
Aperto sull'offerta mai revocata di Dio.

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