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Il racconto

I fratelli Barale e la nascita della grande Juve

Erano di Pezzana i due centrocampisti bianconeri del presidente Agnelli

Oreste Barale

Oreste Barale

Genova, stadio “Luigi Ferraris” di Marassi, domenica 11 giugno 1936, ore 16:00. È di scena la finale (secca) della finalmente rinata Coppa Italia, dopo la prima esperienza, priva di grandi squadre, del 1921-22 e quella assolutamente fallimentare (interrotta ai 16.mi di finale) nel 1926-27 per mancanza di date per giocare le partite! Si tratta dunque della 3.a edizione che in realtà è la… seconda. La manifestazione (che non è ancora “coccardata”, ma assegna comunque la possibilità di appuntarsi un altro scudetto sul petto - tricolore - mentre i Campioni d’Italia di allora, avevano lo stemma Savoia, bordato dal fascio, oltre alla qualificazione certa alla Coppa dell'Europa Centrale-Mitropa Cup), sul piano organizzativo non può dunque più sbagliare. E infatti si ispira direttamente alla Coppa d’Inghilterra (FA Cup - Football Association Challenge Cup), con 2 turni eliminatori tra le 64 squadre iscritte alla Serie C, suddivise con gli stessi criteri geografici del campionato. Le sedici sopravvissute accedevano ad un terzo turno, con i club della Serie B.

Quindi, nei sedicesimi di finale iniziavano a scendere in campo le società di Serie A. L'intero torneo si basava sul sistema dei replay  in uso sull’Isola patria del football: i match si disputavano sul campo di una delle due avversarie (designata per sorteggio), ma qualora dopo eventuali supplementari nessuno fosse riuscito ad avere la meglio, si sarebbe giocata una gara di ripetizione al campo invertito. Anche la Pro Vercelli (allora in Serie B, un’ottima Pro) ne prese parte: il primo match è al 3° turno, quando il 23 novembre 1935  le Bianche Casacche eliminano il Legnano allenato dal novarese, ex Inter e Torino, Enrico Crotti per 2-1. I Bianchi scesero in campo con Scansetti, Lanino, Roncarolo, Amarilli, Salussoglia, Pondrano, Santagostino, Barberis, Degara, Alberico e Degrandi.

La vita dei Leoni avrà però breve tragitto perché nei 16mi di finale saranno spazzati via per 5-0 dal Modena di Silvio Secchi (che poi sarà vittima dell’Alessandria negli ottavi). C’è però un perchè: impegnata nella lotta per la promozione in Serie A (ma saranno Lucchese e Novara ad essere promosse), la squadra Bianca allenata dal duo Milano-Balzaretti era effettivamente scesa in campo con molte reserve: Balossino, Roncarolo, Berto, Amarilli, Salussoglia, Pondrano, Patrucchi, Zani, Demarchi, Barberis e Roveglia. Nella finalissima di Genova, invece (come già ricordato nelle puntate precedenti), il Torino avrà facilmente ragione dell’Alessandria allenata da Karl Stürmer  per 5-1. E se nella rosa granata compare il difensore vercellese Mario Zanello, nelle fila dell’11 dei Grigi milita un altro grande giocatore vercellese, stranamente poco ricordato nella narrazione calcistica nella sua città, che la partita se la gioca invece tutta: il mediano Oreste Barale (detto III). Oreste è il classico mastino di centrocampo, specialista nella interruzione della manovra avversaria, di quelli utilissimi quando in una squadra ci sono troppe stelle e in pochi vogliono correre e ricorrere al cosiddetto “lavoro sporco”, soprattutto in mediana.

È il fratello di un altro pezzanese: Giovanni Barale (detto II), anch’egli centrocampista, spesso anche esterno. Entrambi avranno carriere di tutto rispetto, culminate con anni indimenticabili (e scudetti) nella Juventus e vissute lontano da Vercelli. Anzi, la Pro fu affrontata come avversaria, seppur con l’emozione nel cuore. Oreste, dopo la parentesi all’Alessandria nel 1924-25 (nel cui settore giovanile aveva iniziato a calciare i primi palloni, oltre a quelli del paesino “a saliscendi” della Bassa bicciolana, ispirandosi ai campioni d’Italia vercellesi dalla casacca bianca), fu ingaggiato dal club bianconero (che è appena passato nelle mani del presidente Edoardo Agnelli) nell’estate del 1925, dove trova il fratello Giovanni: in bianconero vinse due scudetti nel 1925-26  e nel 1930-31, dimostrandosi elemento importante per gli equilibri della squadra allenata da Károly, Viola, Aitken e successivamente da Carcano. Oreste e Giovanni Barale furono dunque testimoni della nascita della prima, vera grande Juve. Il cui vagito fu il successo del ’26 (secondo tricolore bianconero della storia, dopo quello datato 1905) che servì come trampolino di lancio per andare progressivamente a creare, nei cinque anni successivi, quella macchina da guerra (sportiva) che sarà la famosa Juve del quinquennio 1931-35. Oreste Barale fu dunque compagno di squadra di miti come Combi, Caligaris, ovviamente del (quasi) concittadino  Rosetta, ma anche di totem veri  e propri quali Ferrari, Cesarini, Munerati, Orsi e Monti. Insieme a Giovanni, si affacciò invece quando le stelle bianconere erano già Rosetta (fresco del contestatissismo approdo dalla Pro Vercelli), ma anche e soprattutto l’ungherese Ferenc Hirzer (“eleganza e il senso di tempo di un danzatore, ma con accelerazioni di una potenza irresistibile”, primo vero idolo di un giovanissimo Gianni Agnelli) e il “cervello in campo” Jozsef Viola. Con un Combi in via di perfezionamento e Jeno Károly  come allenatore.

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