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Il ricordo

Vent'anni senza lo "Sceriffo": il ragazzo della porta accanto

Vittorio Mero morì in un incidente stradale all'età di 27 anni

Vittorio Mero

Vittorio Mero

Ogni scomparsa di un essere umano è un buco per le persone che gli volevano bene. In alcuni casi, i buchi diventano fosse, in altre, voragini. È il caso del difensore vercellese del Brescia Vittorio Mero, “lo sceriffo” (soprannome coniato dal tecnico Nedo Sonetti), che il 23 gennaio di 20 anni fa perse la vita in un tragico incidente stradale a soli 27 anni, gettando nello sconforto il mondo sportivo e calcistico italiano.

Quel giorno Vittorio, essendo squalificato, stava tornando a casa, a Nave in Valle del Garza, a bordo della sua Polo per vedere in tv i suoi compagni di squadra del Brescia giocare la semifinale di Coppa Italia contro il Parma. Lungo l'autostrada A4, direzione Venezia, alle 13:55, tra i caselli di Ospitaletto e Rovato, il tragico scontro con un autocarro. L'annuncio della sua morte venne dato ai compagni di squadra così, a pochi istanti dalla partita. Prima il capitano delle Rondinelle Roberto Baggio (guanti a terra, lacrime agli occhi) e poi gli altri giocatori chiamati dal tecnico Carlo Mazzone che tenta di spiegare loro l’accaduto, per quel poco che ancora si poteva sapere. Non sembrava vero, ma Vittorio, non c’era più. Immediatamente, le squadre abbandonarono il campo e sul “Tardini” così illuminato scese il buio di un silenzio irreale: la gara fu rinviata. Il Brescia, in suo onore, ritirò la maglia numero 13. Mero (che lasciava la moglie, il figlio Alessandro di due anni e la sorella Antonietta) era il ragazzo della porta accanto, l’orgoglio di una città affamata di calcio e di eroi come ai vecchi tempi, che tornava ad avere un giocatore vercellese in Serie A.

Vittorio, però, era soprattutto uno di cui andare orgogliosi qualsiasi mestiere avesse fatto. Era nato a Vercelli il 21 maggio del ‘74, nella zona di "Porta Torino" e nonostante la passione per il calcio lo avesse allontanato dai luoghi dove era cresciuto, era sempre rimasto legato alla sua città natale (i genitori tifosissimi di Pro, insieme allo zio hanno per tantissimi anni furono i titolari un negozio di parrucchiere proprio davanti allo stadio "Silvio Piola"). Il suo sogno, recondito, di chiudere la carriera nella Pro Vercelli fu cancellato così, in un attimo. Ma tanti dei suoi obiettivi, Vittorio, li aveva già raggiunti. Con una carriera e una famiglia stupende, guadagnata e costruita passo a passo, sino ad arrivare a giocare insieme al Divin Codino in Serie A, ma anche con il futuro campione del mondo Luca Toni e un certo Josep Guardiola. Calcisticamente era cresciuto tirando i primi calci nel Canadà e nella Pro Belvedere. Aveva debuttato tra i professionisti nel 1991-92 con il Casale; da lì era approdato alle giovanili del Parma. Che lo aveva mandato a fare esperienza in C prima nel Crevalcore e poi nel Ravenna con cui era salito in B nel '96. Nel '98 l'approdo al Brescia in B, quindi il debutto in A la stagione prima ed il ritorno in B in prestito alla Ternana, prima del definitivo ritorno a Brescia. Aveva anche e soprattutto preso parte alla Coppa Intertoto proprio, arrivando fino alla finale di andata, giocata nel prestigioso Parco dei Principi di Parigi contro il Paris Saint-Germain. È il 7 agosto 2001 e il Brescia si giocava l’accesso alla Coppa Uefa attraverso la Coppa Interoto, competizione in cui le Rondinelle giunsero in finale e dovettero vedersela appunto con la squadra della capitale francese. Forti di elementi come Baggio, Toni, Diana, Bonera e via dicendo, la squadra di Mazzone riuscì a strappare un ottimo e speranzoso 0-0 in terra transalpina contro Anelka, Pochettino, Arteta, Okocha e molti altri. Peccato che però la gara di ritorno al Rigamonti si concluse sull’1-1 e diede la qualificazione ai francesi. Quel giorno Mero scese in campo al 18’ della ripresa, sostituendo il compagno di reparto, il polacco Marek Kozminski. Putroppo, la gara di ritorno al “Rigamonti” si concluse sull’1-1, qualificando i parigini. In quella Serie A 2001-02 Mero aveva sino a quel punto collezionato 8 presenze in campionato e 3 in Coppa Italia. E pensare che per la Pro e lo sport vercellese, quella di quel 23 gennaio del 2002 era stata una giornata da ricordare, sì, ma col sorriso grande così. A Roma, in mattinata, l’allora presidente del club bianco Nino Prunelli era stato infatti premiato dal Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, il residente della FIGC Franco Carraro e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con  il “Collare d’Oro” del CONI, il più prestigioso riconoscimento sportivo italiano, assegnato alla Pro “per i grandi meriti accumulati in più di cento anni di storia”. Il tutto, evaporò poche ore dopo.

Il 26 gennaio successivo, il Duomo di Brescia avrebbe stentato a contenere tutta la folla radunata per l´ultimo affettuoso saluto a Vittorio, che sarebbe poi stato sepolto a Ravenna. A Vercelli, davanti alla saracinesca abbassata del negozio del padre, silenzio e mazzi di fiori, di amici e tifosi. E tante lacrime, come sempre in dignità. Poche ore dopo, oltre ad osservare il minuto di silenzio nell´anticipo di sabato 26 con il Poggibonsi, la Pro Vercelli del primo Maurizio Braghin (in uno stadio polemicamente deturpato dalla nuova recinzione che si sta completando nel rettilineo sotto alla tribuna che non farà più vedere più nulla ai tifosi) e del trio di attacco Andorno-Comi-Mirabelli sarebbe scesa in campo anche lì, in silenzio, con il lutto al braccio, su esplicita richiesta di capitan Gianpaolo Motta, già compagno di squadra di Mero al Crevalcore. A Ravenna, la curva gli sarà intitolata, così come un torneo per le scuole superiori di Brescia. A Vercelli, il Gsd Canadà Vercelli-Scuola Calcio “Vittorio Mero” sarà affiliata all’Academy del Torino Fc. Oggi, a 20 anni dalla sua scomparsa, Mero rimane un simbolo, un ricordo. Un esempio. Un po’, consentiteci l’accostamento, come lo è stato, sulle colonne de La Sesia, il suo grande amico giornalista e di lui cantore, Paolo Sala.

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