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L'intervista

Moser, un ciclista leggendario

Presente con Beppe Saronni alla conviviale del Panathlon di Alessandria

Moser, un ciclista leggendario

Francesco Moser

Non capita tutti i giorni di trovarsi contemporaneamente di fronte a due campioni del mondo di ciclismo su strada (e non solo): è successo con Francesco Moser e Beppe Saronni, alla conviviale del Panathlon Club di Alessandria del presidente Peo Luparia (e dell’associazione ‘Stand By Me Acqui’ del presidente Massimo Pivotti, con l’obiettivo di raccogliere fondi destinati alla Protezione Civile, per l’acquisto di un automezzo), in occasione della presentazione del libro di Beppe Conti, “Dolomiti da leggenda”, accompagnato dal collega Rai Andrea De Luca.

Eredi in chiave moderna della mitologica rivalità Coppi-Bartali, i due fuoriclasse del pedale italiano a cavallo degli Anni ’70 e ’80 (Moser è trentino, di Palù di Giovo, dove è nato il 19 giugno 1951, Saronni è nato a Novara il  22 settembre 1957 e cresciuto nel milanese, a Buscate) fecero letteralmente sognare i tifosi azzurri, cogliendo successi e allori in quasi tutte le competizioni. Per i due, il tempo sembra non essere passato: tanto che dire che siano in forma appare limitativo.

Francesco, come ci si sente ad essere uno degli ambasciatori dello sport italiano e soprattutto di un modo di essere?

Ormai ci ho fatto l’abitudine, che la gente mi fermi e dimostri tutto il suo affetto. Soprattutto nella nostra era dei telefonini…Ogni momento è buono per chiedere una foto o un selfie.  

Ai suoi tempi, da campione, era quasi inavvicinabile. Oggi è più facile, sia vincere, sia diventare un mito?

Difficile, difficilissimo anche oggi. La competizione è tanta, forse maggiore e poi, oggi come sali in alto, altrettanto velocemente vieni dimenticato”. Il suo palmares è impressionante e parla di un Giro d'Italia, tre Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia, una Freccia Vallone, una Gand-Wevelgem, una Milano-Sanremo, oltre ad un campionato del mondo su strada ed uno su pista nell'inseguimento individuale a Monteroni di Lecce 1976.

A due passi c’è però Beppe Saronni (due Giri d'Italia, una Milano-Sanremo, un Giro di Lombardia, una Freccia Vallone e un campionato del mondo su strada), che durante la serata si inserisce e confessa: “Certo, ora siamo amici e ci vogliamo bene. Ma mica mi dimentico quello che succedeva con questo signore qui… (sorride, riferendosi ovviamente a Moser, ndr) in gara. Le Dolomiti? In quelle curve ho sofferto tanto, ma spesso mi sono anche preso qualche soddisfazione su Francesco, così come lui si prendeva qualche rivincita in altre tappe. Possiamo assolutamente dire che su quelle vette si è giocato e visto un gran bel ciclismo”. Gli fa eco Moser: “Mi ricordo quando a maggio correvamo e c’era ancora il Lago di Misurina ghiacciato. Ora nelle Dolomiti ci vivo, ma le faccio con gli sci o con la…bici elettrica.

Torniamo a lei, Francesco: lei è la dimostrazione che da una sconfitta può arrivare una vittoria (Mondiali di San Cristóbal 1977, battendo allo sprint il tedesco occidentale Dietrich Thurau) e poi altri saliscendi ancora (in riferimento a due titoli iridati persi di un soffio, soprattutto quello del 1978, da Gerrie Knetemann).

Lo sport insegna come non si possa sempre vincere e quando arrivi secondo (Mondiali di Ostuni 1976 e al Nürburgring 1978), terzo o qualcosa va storto, devi subito pensare che c’è sempre una rivincita. Perché vincere sempre non è possibile, se sei a livelli massimi, c’è sempre qualcuno che riesce o può riuscire a far meglio di te. Anche perché ogni volta le circostanze sono diverse: puoi star meglio tu o il tuo avversario e poi tante altre variabili, che si possono più o prevedere, molto meno controllare. L’importante è non perdersi mai d’animo e voler vincere di nuovo. Sull’iride perso con Knetemann, ad esempio, sbagliai io a lanciare la volata troppo in anticipo e persi per due centimetri.

E poi, il record del mondo sull’ora (51,151 km a Città del Messico) e il Giro d’Italia 1984 quando la sua carriera sembrava poter essere già alla fine…Semplicemente leggendario.

Cambiammo e innovando su preparazione, dieta, tecnologia: pensare che ero arrivato a 33 anni e pensavo di smettere...

Francesco, lei ha scavallato l’epoca delle trasmissioni tv in bianco e nero, con quelle a colori. È partito con Merckx e Gimondi, passando da Hinault e Fignon.

Siamo partiti che c’era un solo canale…anche per questo lo si doveva guardare per forza, il ciclismo!.

Un giovane italiano che la impressiona?

Purtroppo gli attuali fuoriclasse non sono italiani: lo sloveno Tadej Pogacar ha già vinto due Tour… Remco Evenepoel è belga…In Italia abbiamo una buona schiera di corridori, ma per dire, Sonny Colbrelli, che ha vinto l’Europeo e la Parigi-Robuaix ha 31 anni…. No. Al momento, di giovani-giovani, non abbiamo purtroppo molto, in Italia.

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