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Lutto

Trino: addio al "Dëdi", storico ortolano "per vocazione"

Un personaggio molto particolare che ha caratterizzato la vita del paese

Franco Irico

Franco Irico detto il "Dëdi"

Franco Irico, per tutti i trinesi il “Dëdi”, è morto nei giorni scorsi, il 2 gennaio, a 78 anni.

Per salutarlo, Bruno Ferrarotti ne traccia un bellissimo ricordo: "A distanza di pochi giorni raggiunge tra gli orti del Cielo la sua amica e vicina di casa Rosina “Binèla” che, nel vederlo inaspettatamente, spero non lo sgridi subito, bonariamente, com’era nei modi della Rosina, per le sue rustiche abitudini alimentari e la sua approssimativa cura del corpo. Franco Irico era nato il 24 settembre 1943 da Alberto e Carolina Gabba, ed è stato l’ultimo in vita di quattro fratelli e due sorelle: Enrico, classe 1929, Angiolina del ‘31, Mario del ‘33, Antonia (del ‘35), Pier Luigi del ‘40). Hanno costituito la più rinomata famiglia di ortolani trinesi, soprannominata “Dëdi”. Negli anni ’50 del secolo scorso a Trino non erano meno di trenta le aziende famigliari di ortolani. Era nato anche un altro fratello, Sebastiano, del 1938, morto prematuramente a tre mesi. Dopo le scuole elementari Franco cominciò subito il lavoro in campagna, sospeso solo tra aprile 1964 e giugno 1965, per il servizio militare come cannoniere M/47 (Fanteria-Carrista), conseguendo il grado di sergente".

Ferrarotti prosegue: "Per Franco l’essere ortolano ha rappresentato non solo un mestiere ma soprattutto una vocazione. Le produzioni di peperoni, cavoli, cipolle e zucche dei “Dëdi” sono state al tempo stesso realtà e leggende dell’economia agricola trinese e vercellese. Nonostante negli ultimi tempi a causa di una protesi totale al ginocchio destro e alle anche, Franco non potesse più lavorare, cosa che ha fatto fino al 2017, non aveva abbandonato l’attaccamento viscerale alla sua terra. Il “Dëdi” era un “testone”, come lo apostrofava spesso ma con affetto la Rosina, nelle sue convinzioni esistenziali e sociali: non è mai entrato in un bar di Trino per consumare anche solo un caffè, non ha mai comprato, e indossato, una camicia bianca “delle feste”, non ha mai voluto un televisore, non è mai andato al mare (che ha visto solo durante un trasvolo Palmanova-Cagliari al tempo del militare), riteneva “il gingerino” il paradigma consumistico del bel vivere degli impiegati pubblici e privati. Inoltre si rifiutava fieramente di onorare il fisco italiano, a suo giudizio ingiusto nel pretendere da un pensionato-ortolano come lui il pagamento di Imu e Tari. Ma Franco era un uomo buono, un lavoratore straordinario, quasi si giustificava dicendo “non avevo nessun vizio perché avevo delle responsabilità”, era una persona sagace e un formidabile raccontatore di storie, parte in italiano, parte in dialetto trinese, della sua vita famigliare e lavorativa, con la sua inconfondibile parlata segnata da quella erre tipica della nostra terra: quando raccontava diventava un fiume in piena".

Ferrarotti conclude: "Il preambolo era sempre quello che parte dei suoi famigliari “iavu al braji pi-ni” (“avevano i pantaloni pieni”, ovvero avevano dei problemi), a cominciare dallo zio paterno Pietro “dla gämba cürta” (mutilato della prima guerra mondiale), quindi i due fratelli Enrico e Pier Luigi (con disagi psichici), ragion per cui il lavoro agricolo ricadeva su chi stava meglio, cioè lui, il padre e il fratello Mario (“l’avucat”), più tagliato però alle pubbliche relazioni. Ha offerto tanti ricordi della sua vita: la “müla” chiamata «Mora» poi sostituita dal cavallo «Ninu», animali unici per trasportare le trenta cesta di ortaggi (“l’urtaia”) ai mercati di Cigliano e Vercelli, due volte la settimana; il Natale d’infanzia con un mandarino e un pezzo di carbone dolce per regalo; la bocciatura in quarta elementare ad opera del maestro Cavagnino “che era lui il primo bullo della scuola”; la sostituzione del cavallo con il trattorino Fiat 211 (realizzata alla condizione tassativa del padre che varrà per sempre, “se non si hanno i soldi non si compra nulla”) per raggiungere il mercato di Novara; il periodo del militare durante il quale si sentiva “come ubriaco, pensavo sempre a casa, alla terra, ai lavori da fare”; l’organizzazione del lavoro nei campi, dalla semina della sua preferita cipolla «pomasca» alla raccolta dei suoi mitici peperoni, da cui il proverbio locale “Ant l’ort dal Dëdi a iè täncc pivrón ca iè nen da crëdi”. A queste, e a tante altre, vivide memorie, il “Dëdi” sospirava i suoi due intercalari preferiti: “què ‘t veuli faji” (cosa vuoi farci) e “a iè tänt da dì ‘ntal robi” (c’è tanto da dire nelle situazioni)".

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