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Percorsi di crescita

Imparare con gioia

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nel processo di apprendimento

Bambina felice

“Educare la mente senza educare il cuore significa non educare affatto”.

Partendo da questa citazione da Aristotele introduciamo l'argomento che sarà trattato nelle righe successive, vale a dire quello della ”warm cognition”, espressione che, tradotta letteralmente, significa “cognizione calda”. Negli anni più recenti si è sviluppato un filone di ricerca scientifica, che si  focalizza sullo studio tra il rapporto fra cognizione ed emozioni. E' noto da anni che il nostro cervello è diviso in due emisferi: destro e sinistro. Spiegando in soldoni, l'emisfero destro è il “poeta”, specializzato nell'elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell'interpretazione emotiva, insomma ha una percezione globale e complessiva degli stimoli. L'emisfero sinistro controlla invece le funzioni del nostro organismo: dai movimenti volontari della parte destra del corpo umano, alla capacità di articolare un discorso e di produrre un testo scritto; in maniera molto semplificata possiamo affermare che la parte destra è quella emozionale, la parte sinistra quella razionale.

C'è poi il sistema limbico, noto anche come “cervello emotivo” che è costituito da varie e interconnesse strutture cerebrali che coordinano i compiti di percepire, prendere consapevolezza, controllare ed esprimere le emozioni. Gli studi condotti relativamente alla warm cognition hanno evidenziato, però,  che non ha senso interpretare come separate le funzioni dei due emisferi. Le ricerche di neuroimmagine hanno infatti dimostrato che i nostri circuiti cerebrali costituiscono una sinfonia, a ogni attività cognitiva corrisponde un tracciato emozionale per cui il nostro cervello mentre pensa è capace anche di sentire. Ma torniamo al punto di partenza, cioè quello dell'apprendimento. Sostenuti dagli studi della ricerca scientifica più avanzata e attuale, possiamo affermare, senza tema di smentita, che le emozioni giocano un ruolo fondamentale nel processo di apprendimento. Quando proviamo un'emozione nel nostro corpo accadono una serie di trasformazioni: variano le pulsazioni cardiache, aumenta o diminuisce la sudorazione...Trasliamo questo processo emotivo in ambito cognitivo per porci la domanda: cosa succede quando impariamo a scuola? E' stato dimostrato che se mentre impariamo la formula dell'area del triangolo sperimentiamo la fiducia dell'insegnante, il nostro cervello immagazzina la formula mettendo in memoria sia quello che la maestra  ha insegnato sia la sua fiducia per cui ogni volta che riapriremo il cassettino della memoria in cui è custodita la formula dell'area del triangolo ritroveremo anche la fiducia che ci servirà da incoraggiamento. Se, al contrario, mi sento sotto giudizio, inadeguato, se penso che non sono tanto capace, se non ricevo rinforzi positivi, oltre a sbagliare la formula vivrò anche uno stato mentale di sofferenza e  sperimenterò quella che la professoressa Lucangeli ha magistralmente definito impotenza appresa.  Secondo questa teoria, se mentre  imparo un concetto, sperimento paura e senso di inadeguatezza, tutte le volte che riaprirò quel cassettino avrò paura e sperimenterò senso di inadeguatezza.

Di qui la paura dell'errore per cui i bambini a scuola scapperanno, avranno sempre paura e non affronteranno gli errori per modificarli. Le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni: se un bambino impara con gioia e curiosità la lezione, ciò che ha appreso si inciderà nella memoria provocando piacere; se, diversamente, impara con noia, paura, ansia, scapperà tutte le volte per non rivivere il  dolore che ha già vissuto. In questo contesto descritto gioca un ruolo fondamentale la figura dell'insegnante. Un insegnate empatico, allegro, che spiega all'alunno che l'errore può essere una risorsa, infatti è dall'errore che si deve partire per cercare di capire la difficoltà e mettere in atto strategie per  superare l'ostacolo e giungere alla comprensione di quanto non si era capito. Del resto anche Rodari aveva già scritto ...”Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”.

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