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Pagliacci nel cuore

Il mondo di parole e colori della dottoressa Appla

Ambra e le esperienze scritte sui quaderni e nel cuore

Dottoressa Appla

La dottoressa Appla

‘Noi possiamo trasformare la disperazione in speranza e questa è una magia. Possiamo asciugare le lacrime e sostituirle con i sorrisi’ (Leo Buscaglia).

Chi mi conosce sa quanto questa frase sia significativa nella vita piena di parole e colori di Ambra e della dottoressa Appla. L’ho dipinta sul retro del mio camice clown e la porto a spasso con orgoglio ogni volta che lo indosso. Chissà quante persone si sono incuriosite e l’hanno letta per intero, quante invece avranno decifrato solo qualche lettera tra una piega e l’altra del tessuto. Io ho scelto di scriverla lì, sulle mie spalle, spalle che hanno sempre sostenuto con forza e tenacia tutti i pesi della vita. 
Ma chi è la dottoressa Appla, volete saperlo?
Appla è quella parte di Ambra rimasta bambina, nel profondo del cuore, quando ancora tutte le cose erano al loro posto, in ordine. Ambra, che sarei io, ha deciso di andare a cercare Appla in un periodo parecchio disordinato. Così, ormai qualche anno fa, Ambra ed Appla si sono messe a giocare a nascondino, insieme. C’erano tante, tantissime cose fuori posto ma, mano nella mano si sa, è tutto più facile e così, i due volti della stessa persona hanno fatto ordine. Ambra ed Appla hanno giocato in uno spazio ed un tempo fuori dal mondo e pieno di emozioni, che chiamiamo ‘Corso di formazione per clown in corsia’. Da anni seguivo l’associazione ‘Pagliacci nel Cuore’, ma quella volta per la prima volta, sentii il cuore battere e con quel suo tipico ‘tu-tun, tu-tun’ bussare al cervello. Il caso non esiste… E se in quel momento ho sentito più forte il suono del campanello, il battito del mio cuore, i pensieri e le riflessioni del mio cervello, significava solo una cosa: era arrivato il momento di tuffarsi. Così, chiamai, recuperai informazioni, mi iscrissi e partecipai al corso, con la tipica curiosità che mi contraddistingue quando sto per apprendere qualcosa di nuovo. 

Tutto ciò che potrei oggi raccontare su quelle giornate, sarebbe riduttivo e non vi porterebbe a sentire nemmeno la metà delle emozioni che mi hanno attraversato ogni centimetro della pelle fino a sfiorare e poi suonare delicatamente le corde tese della mia anima. Non fu facile, fu necessario liberarsi di qualche ormeggio, lasciare a terra qualche bagaglio pesante. Fu necessario spogliarsi di tutte le cose superflue per far spazio a ciò che conta davvero. Fu necessario scavare in profondità per calarsi in una nuova dimensione, con tutta l’anima e tutto il corpo, per accoglierla, completamente. Era primavera, un mese che porta sempre con sé tanta poesia, il mese della vita per eccellenza, il mese in cui tutto fiorisce,si risveglia e rinasce. Era primavera e in quella primavera è nata la dottoressa Appla. A quel punto, una vecchia parte di me era ormai tornata al mondo ma non sapeva bene cosa l’avrebbe attesa. Un anno intenso di tirocinio, con uscite in corsia in ospedale, in Rsa e la partecipazione a qualche evento cittadino, affiancati dai Clown-Dottori più esperti. Giornata dopo giornata io sentivo un unico bisogno, quello di scrivere e raccontare, scegliere con cura le parole e raccontare ancora, ciò che i miei occhi vedevano e ciò il mio cuore sentiva. Così Appla ha aiutato Ambra a riscoprire la magia di prendere carta e penna e con un pizzico di meraviglia raccontare la realtà, trovando proprio nella realtà quel pizzico di fantasia, tipico dell’età infantile, che spesso invece manca nella vita adulta. 

Conoscevo persone che mi raccontavano storie, le loro storie, mi raccontavano le loro esperienze, i loro sogni, le loro gioie e dolori. A volte, capitava di ascoltare fiumi di parole sconnesse che alla fine trovavano un significato speciale forse per il semplice ma non scontato fatto di essere state condivise. Altre volte invece capitava di ascoltare silenzi, di asciugare le lacrime e sostituirle con i sorrisi appunto, appendendo un naso rosso alla flebo di quel signore che ti dice ‘grazie’ con un filo di voce. Al termine di ogni uscita mi sentivo come un enorme baule colmo di gioielli preziosi, ero pronta a custodirli ma volevo anche mostrarne al mondo la bellezza…Ecco che le parole, la scrittura mi aiutavano a fare questo: trovare metafore per raccontare la vita altrui di cui ero custode, rispettandone totalmente la sensibilità e l’unicità ma contemporaneamente estraendone ogni goccia di meraviglia che mi era arrivata addosso con la delicatezza della rugiada mattutina e al contempo la forza di un acquazzone d’estate. Così, passo dopo passo, persona dopo persona, racconto dopo racconto, ho raccolto parole, vissuti, poesie, storie di accoglienza e di rifiuti ed ho costruito con naturalezza una vera e propria cronistoria dell’esperienza di Appla, un clown e non solo. Mi è capitato spesso di rileggere ciò che ho scritto, soprattutto da quando la pandemia, che ancora stiamo vivendo, ci ha colpito e di conseguenza da quando la nostra tipica attività di volontariato ha subito uno stop.

Ogni volta è come se le parole, come una vera e propria macchina del tempo, mi riportassero back to the past, in quella stanza di cui scrivendo racconto colori ed elementi sensoriali, di fronte a quelle persone di cui descrivo i movimenti corporei, in quella giornata soleggiata o uggiosa, che osservo dalla finestra di una stanza del reparto di medicina generale o di cure palliative, dove una signora ci sorride e recita con noi ‘Il sabato del villaggio’, forse il suo sabato del villaggio. Se devo però scegliere un solo ricordo del meraviglioso mondo delle emozioni della dottoressa Appla… Nulla, non ci riesco a selezionarne uno e ve ne racconto due. Scelgo di raccontare di quella mattina che se potesse essere descritta con un colore, sarebbe il bianco, un colore così neutro come quello delle pareti di quel reparto, così asettico ed apparentemente privo di stimoli, che si sono poi tinte di mille sfumature di colore quando la magia della relazione ha fatto nascere parole dai silenzi, speranza dalla disperazione. Quella mattina in cui un gruppo di clown, di cui facevo parte ha fatto spalancare braccia conserte, ha fatto sprigionare l’energia di persone immobili dentro, che si sono mosse fuori in abbracci memorabili. Dalla nostra consueta visita in Pediatria, una richiesta inconsueta e imprevedibile ci viene fatta da un medico: ‘Potete andare in Psichiatria?’… Un reparto dove nessuno di noi aveva mai messo piede ma che richiedeva quel giorno la nostra presenza. Scendiamo tra i corridoi ai piani più bassi dell’ospedale. Suoniamo. Ci viene aperta una porta chiusa a chiave. Poi un’altra. Finalmente accediamo… Ricordo tutto perfettamente. Non ho perso nemmeno un dettaglio.

Le pareti bianche mi facevano mancare il respiro, il corridoio lungo ma non troppo, sembrava avere una stanza ad attenderci più o meno a metà, c’era una porta aperta. Una stanza comune, dove i pazienti potevano passare del tempo insieme. Due ragazze sedute, una delle quali ci venne incontro e ci chiese se eravamo lì per lei. Appeso in alto c’era un televisore e sulle pareti qualche frase, qualche disegno, alcuni scarabocchi; unici segni di vita e pulsioni all’interno di quelle quattro mura bianche. Arrivarono altre persone, alcuni giovani altri meno. Tutti portavano negli occhi una storia, la si leggeva tra pupilla ed iride ma, quel giorno, la consapevolezza della delicatezza, della gentilezza necessaria quando si incontrano degli sconosciuti e si entra nelle loro vite per qualche minuto in punta di piedi, mi fece inizialmente ‘limitare’ ad osservare a fondo quel piccolo spazio di mondo. Eravamo gli unici colori presenti e questa cosa non passava di certo inosservata. Non so come, ci siamo trovati seduti in cerchio, un bel ‘circle-time’ come piace creare a me a lavoro per guardare in faccia tutti coloro che partecipano con me a quell’ attività , a quel momento. Ci siamo presentati e la magia dell’incontro ha fatto il resto. Il dottor Feel tirava fuori dalla sacca dei buffi arnesi da giocoleria, mentre noi altri facevamo scegliere palloncini: -‘Che colore vuoi?’ -‘Nero’ -‘Spiacente … Hai scelto il verde speranza’… e così via a cancellare le nuvole e a colorare le pareti. Arrivò anche quel giorno il momento di andare via. Forse mai come quella mattina avevo realizzato quanto, la dottoressa Appla ed i suoi compagni di avventura, fossero stati utili a far nascere un sorriso, ad accendere quel luogo spento e a colorarlo di almeno tre colori tra i sette dell’arcobaleno. Così come arrivò il momento dei saluti, arrivò quell’abbraccio, quello slancio, quel tuffo tra le mie braccia che, inizialmente stranita, infine accolsi, con tutta me stessa. 

La mia esperienza di clown non può dimenticarsi poi del Signor A., un uomo anziano ma all’avanguardia, anticonformista e dalla cultura infinita. Lo incontrai in una Rsa del territorio e fu subito occhi negli occhi, vibrazioni all’unisono, empatia… Chimatela come volete. Il Signor A. scriveva, come me e quel giorno mi ha aperto, dopo un po’ di esitazione le porte del suo mondo, fatto di libri e disegni, di arte e di parole. Diventammo amici e andai a trovarlo ancora qualche volta come Ambra e non solo come Appla. Gli regalai un quaderno ed una biro e lui mi ricambiò con una poesia che portava il mio nome: ‘Ambra, una sostanza che per natura trattiene’. Trattengo sicuramente l’enorme bellezza di tutti questi ricordi, trattengo la forza disarmante che hanno gli uomini di alzarsi ancora ed ancora, trattengo le strette di mano che ti stringono anche l’anima e trattengo l’Amore, quello con la A maiuscola, quello che spesso mi hanno raccontato quelle coppie legate insieme da anni di vita e di fatiche. Spero che questi racconti siano riusciti un po’ a spiegare il significato che la frase con la quale ho iniziato porta con sè: Quando fuori piove e vedete tutto grigio, provate ad aprire l’ombrello più fantastico e meraviglioso che abbiate mai avuto. La fantasia, forse il segreto per rimanere con gli occhi puntati verso il cielo e continuare a sognare è la fantasia, trovare nella realtà che vi circonda, la fantasia. Quando fuori piove, dicevo, provate ad aprire il vostro stupendo ombrello… Vi stupirete di quanto belli possano essere anche i colori della pioggia.

Vi abbraccio e non dimenticatevi di sorridere
Ambra

 

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