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Pagliacci nel cuore

Le emozioni della dottoressa Verrocca

Veronica e quella "chiamata" in corsia...

Dottoressa Verrocca

La dottoressa Verrocca

Ciao a tutti, io sono la dottoressa Verocca!
Sono la più piccina del gruppo e desideravo farne parte da prima dei 18 anni, ma dovetti aspettare più di uno e il completamento del corso di formazione. Ricordo di essere andata all’open day con un’amica e di aver atteso l’apertura delle iscrizioni al corso impazientemente. Potevamo iscriverci dal 17 febbraio: ecco, io, alle 00:01 di quel giorno, ho mandato la mail per la paura di fare troppo tardi e non riuscire a rientrare nelle prime 30 persone che avrebbero preso. Il corso è stato una bellissima scoperta e un’emozione unica, difficile da spiegare che ha superato tutte le mie aspettative. Quando sei lì non sai bene cosa ti aspetterà in corsia, cosa dovrai fare, con chi dovrai parlare… non sai nemmeno se sarai davvero adatto o se quel mondo alla fine farà per te. Io però ci credevo fortemente e non vedevo l’ora di mettermi in gioco. Oggi sono quattro anni che faccio parte dell’associazione e penso che non ci sia nulla di più bello e appagante che potessi decidere di fare: ogni emozione riempie il cuore. Sapere di sollevare con un sorriso e un po’ di chiacchiere qualcuno che è lì solo, lontano dai propri cari e che sta combattendo contro qualcosa, ti ripaga di ogni cosa. Non è stato sempre facile, alcuni reparti sono più “semplici”, altri ancora sono più accoglienti, altri ti aspettano e alcuni non ti vogliono. Noi, all’ingresso di ogni reparto, ci rivolgiamo al personale medico per avere informazioni sulle stanze in cui si può andare (sempre se il paziente desidera passare un po’ di tempo con noi!) e le stanze in cui per motivi clinici o personali è meglio non entrare.

Ecco, mi ricorderò sempre di quando, in un reparto un po’ delicato, una dottoressa ci disse di non entrare in una stanza perché il paziente era arrivato ormai alla fine del suo viaggio ed essendo presenti il figlio e la moglie sarebbe stato meglio passare distanti perché non avrebbero apprezzato la nostra presenza. Dopo aver salutato le persone nelle camere accanto ci sentimmo chiamare e la voce proveniva proprio da quella stanza: era il figlio di quel signore che desiderava tanto incontrassimo il suo papà per regalargli gli ultimi sorrisi. Qualche giorno dopo il padre terminò il suo viaggio e lui ci scrisse per ringraziarci di avergli regalato quegli ultimi attimi di serenità. Queste sono le cose belle che ti ripagano della stanchezza di fine uscita in corsia, che ti tolgono l’amaro della paura di non essere all’altezza della situazione e ti riempiono il cuore; così come il sorriso di un bambino dopo una notte insonne o la signora anziana che con un filo di voce ha comunque voglia di chiacchierare. Insomma, l’uscita in corsia per me ogni volta è una nuova scoperta: non sai cosa ti aspetterà, non sai chi incontrerai e se sarai pronto per poter condividere un po’ del suo malessere e delle sue riflessioni, l’unica cosa che sai per certo è che non sarai mai solo e che ne uscirai più ricco di come sei entrato. Ogni uscita ti emoziona in modo diverso, ti insegna qualcosa e ti fa conoscere persone nuove e io non vedo l’ora di poter tornare ad emozionarmi ed arricchire il mio bagaglio personale attraverso gli occhi di un bambino, la dolcezza di un padre e i racconti di un’anziana signora.

Veronica

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