14 febbraio
di Diego Melara
14 Febbraio 2026 15:39
Ogni 14 febbraio l’amore torna al centro della scena. Cuori rossi, rose, cene a lume di candela, messaggi e promesse riempiono vetrine e social network. San Valentino, oggi, è la festa degli innamorati per antonomasia, ma dietro questa immagine rassicurante si nasconde una storia complessa, fatta di stratificazioni culturali, trasformazioni sociali e contraddizioni.
Le origini affondano nell’antica Roma, nei riti delle Lupercalia, celebrazioni pagane legate alla fertilità, al rinnovamento e alla protezione della vita. Rituali che, con l’avvento del Cristianesimo, vennero progressivamente sostituiti dalla figura di San Valentino, vescovo e martire che, secondo la tradizione, avrebbe celebrato matrimoni in segreto, difendendo l’amore contro le imposizioni del potere.
È però nel Medioevo che San Valentino si lega definitivamente all’amore romantico. La letteratura, soprattutto anglosassone, associa il 14 febbraio all’amore cortese, ai versi poetici, alle lettere scritte a mano. Da Chaucer in poi, la data diventa il giorno in cui l’amore viene raccontato, idealizzato, sublimato.

Fino al sopravvento del mercato. È nel Novecento che San Valentino diventa un evento globale, sostenuto da campagne pubblicitarie e logiche di mercato. L’amore viene confezionato, standardizzato, reso riconoscibile attraverso simboli ripetuti: la rosa rossa, il cioccolatino, il regalo “giusto”.
È in questo passaggio che il sentimento rischia di essere sminuito, semplificato, ridotto a una prova da superare in un solo giorno. Non più tempo, ma prestazione. Non più cura, ma gesto simbolico.
La rosa. Non è un caso se è diventata il fiore simbolo di San Valentino. Fin dall’antichità è associata all’amore e alla passione: fiore di Afrodite per i Greci, di Venere per i Romani. La rosa racconta l’amore nella sua interezza: intensa e fragile, elegante ma segnata dalle spine. Un fiore che promette e, allo stesso tempo, avverte.
Dietro questo simbolo, però, si nasconde una realtà meno romantica. Solo una parte dei fiori venduti è di produzione nazionale; molti arrivano dall’estero, soprattutto da Africa e Sud America, attraversando migliaia di chilometri prima di finire nelle mani degli innamorati. Spesso da filiere segnate da condizioni di lavoro difficili, salari bassi, uso intensivo di pesticidi e un forte impatto ambientale. Un paradosso.
Tutto ciò in nome dell’amore. Un sentimento che non sarebbe da celebrare, ma da onorare. E forse il nodo sta proprio qui. L’amore non è un evento, né una ricorrenza. Non andrebbe celebrato, ma onorato.
Celebrarlo significa spesso ridurlo a una giornata obbligata. Onorarlo, invece, implica rispetto, attenzione, responsabilità quotidiana.
Specie oggi, dve la parola “amore” è spesso associata anche a cronache drammatiche, ma non è l’amore a uccidere, bensì la sua deformazione: quando viene confuso con il possesso, il controllo, la paura.
Nel 2026, dunque, San Valentino è ascrivibile solo a una festa commerciale? No, ma rischia di diventarlo se vissuto senza consapevolezza. Può essere la celebrazione del niente, se ridotto a un rito, oppure un’occasione diversa per riflettere.
E allora, forse, San Valentino non serve a dire “ti amo”, ma a chiedersi come si ama. Se con rispetto. Se con coerenza. Se con responsabilità.
L’amore non ha bisogno di una data sul almanàch. Chiede tempo. Presenza. Cura quotidiana.
Il resto — cuori, rose, vetrine — sono solo contorno. Sta a noi decidere se fermarci all’apparenza o dare finalmente un senso al sentimento che diciamo di celebrare.
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