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IL FLÂNEUR

Il mare a quadretti e il piccolo popolo

Storie di elfi, fate, folletti e gnomi nelle campagne vercellesi

Risaia

In questo periodo le mie passeggiate da flâneur escono dalla città per inoltrarsi verso le campagne vercellesi per ammirare lo spettacolo naturale delle risaie allagate, “il mare a quadretti”, come viene definito.

Le giornate migliori per queste camminate tra piccoli lembi di terra che si perdono in pochi centimetri di acqua, sono quelle dopo le piogge quando il cielo è limpido ma letteralmente dipinto da nuvole bianche che si riflettono nelle risaie. Mentre passeggio mi vengono in mente, oltre a visioni di tempi andati, quelle che sono chiamate le creature del piccolo popolo: fate, gnomi, elfi e folletti, che ancora vivono nei racconti degli anziani e in alcuni interessanti libri. Essi però hanno una funzione ben precisa che è quella di immergerci in una dimensione collegata ai cicli naturali, ricordandoci un passato che sembra ormai distante anni luce. Le campagne della Bassa vercellese sono ricche di storie di creature fantastiche, sempre presenti in un folklore che, purtroppo, tendiamo a dimenticare ma che fa parte della storia locale, di un substrato fantastico e leggendario, di grande valenza antropologica, che si sta sempre più perdendo.

Il Piemonte, secondo la tradizione più antica, sarebbe popolato da elfi che si distinguono in bianchi o della luce e neri o delle tenebre. Nella Bassa vercellese vivrebbe la maggior parte degli elfi bianchi identificati come folletti o gnomi perché in questi territori la figura dell’elfo, come intesa nella tradizione del Nord Europa, non sarebbe praticamente presente. Essi sono creature riconducibili ai miti dell’acqua, dei boschi e dell’aria. Testimoni raccontano di averli avvistati al tramonto accanto alle risaie. Benigni, di aspetto giovanile, vestiti di bianco, hanno corone di fiori sui capelli biondi ed emanano luce; sarebbero così piccoli da potersi nascondere tra i fiori e danzare sui fili d’erba e sulle gocce di rugiada. Ricordano quasi le figure delle fate, cantano dolcemente e insegnano agli uomini cose utili e pratiche. Delle visioni poetiche insomma, legate indissolubilmente ad un mondo agreste e bucolico; quasi da illustrazione di un libro di favole. La distinzione tra elfi bianchi e neri è storicamente recente perché nelle leggende più antiche non ne esiste traccia. La suddivisione probabilmente avvenne in un secondo momento con l’introduzione di elementi ermetici e l’esigenza di opporsi alle persecuzioni del cristianesimo. Hanno comunque tutti un significato di detentori e custodi della tradizione iniziatica e si pensa quindi che la suddivisione in bianchi e neri abbia un evidente simbolismo.

I folletti sono invece legati a un luogo come una cascina, una casa rurale, una stalla, un fienile. Sono in grado di tramutarsi in animale e sovente, nella tradizione popolare, vengono accumunati agli elfi e alle fate. In particolare nelle campagne del vercellese, si parla degli “spitascè” per indicare folletti con caratteristiche contrastanti che li contraddistinguono nelle due versioni del male e del bene. Nel primo caso gli “spitascè” sarebbero connessi al mondo dei demoni e a quello delle streghe che da queste parti prendono il nome di masche. Nella seconda accezione le creature avrebbero invece una forte connotazione pedagogica arrivando persino a prendersi la briga di sculacciare o redarguire i bambini disobbedienti. Lo gnomo è utilizzato nel folklore come un sinonimo di nano o folletto. Spiega l’antropologo Massimo Centini: “L’origine è da ricercare nella cultura ermetica e nella filosofia naturale. Nella letteratura popolare i loro comportamenti sono legati alle fiabe più che alla tradizione orale dove questi esseri sono descritti come un anziano, un guardiano legato alla terra e al sotterraneo”.

 

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