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I segreti di Internet

Mamma li Talebani!

L'arrivo degli studenti coranici ed il fuggi-fuggi mediatico sui social network

Talebani e Facebook

La storia di oggi parte da lontano, da un modo di dire nato 500 anni fa e oggi entrato di prepotenza nel linguaggio comune.

Correva l’estate del 1480 quando la flotta turca agli ordini del governatore di Valona Gedik Ahmet Pascià approdò nei pressi di Otranto (su quel tratto di spiaggia meglio conosciuta come “Baia dei Turchi”, oggi luogo obbligato per chi voglia fare “vacanze cool”). Inutile dirlo, la ferale notizia si diffuse con grande velocità in tutta la zona, appena in tempo per permettere alla popolazione di campagna di rifugiarsi nei centri fortificati più vicini. Arrivati alle porte di Otranto, gli ottomani cercarono una resa pacifica degli abitanti senza armi né lotte, offrendo loro delle condizioni a loro dire abbastanza favorevoli. Gli otrantini, sperando nel celere aiuto del Regno di Napoli, anziché trattare, attaccarono i turchi con frecce e cannonate nel tentativo di tenerli impegnati in attesa dei rinforzi. Il governatore di Valona, livido di rabbia per questo attacco fuori programma, inviò 15.000 uomini a espugnare la città. Dopo alcuni giorni di scontri feroci, dove nessuno dei contendenti riuscì ad assestare all'altro il colpo finale, il mese di agosto volse la partita a favore degli invasori che, una volta vinta la resistenza della città, si abbandonarono a ogni genere di atrocità sulla popolazione.

Da qui la famosa espressione “Mamma li Turchi”, esclamazione di paura e terrore di fronte a una minaccia da cui non si può trovare scampo. Veniamo ai nostri giorni e alla ripresa del potere in Afghanistan da parte dei Talebani, per i quali vale, come vedremo, la stessa invocazione inventata per i turchi. Il 16 agosto la “Fondazione Pangea Onlus” ha pubblicato un video che mostra alcune attiviste in Afghanistan intente a distruggere i documenti relativi alle proprie attività lavorative. “Bruciamo il lavoro di 20 anni perché nulla possa mettere a rischio la vita delle decine di migliaia di donne e bambini che abbiamo aiutato e stiamo aiutando” afferma una delle donne riprese. La caduta del governo precedente ha indotto molti afghani, che negli ultimi 20 anni hanno collaborato a vario titolo con le forze occidentali, o hanno ricevuto anche solo aiuti dalle stesse, ora temono di essere etichettati come collaborazionisti e di subire ritorsioni sistematiche. La paura è a tal punto diffusa tra la popolazione che i numerosi appelli dei Talebani alla calma e le loro promesse di non voler organizzare alcuna rappresaglia non hanno convinto praticamente nessuno, per cui si è corsi ai ripari in ogni campo, reale e tecnologico.

Sono stati bruciati lettere e documenti e sono stati cancellati il maggior numero possibile di file e di memorie su PC e hard disk. Tra le principali preoccupazioni della popolazione civile ci sono, ovviamente, quelle di far sparire (presto e bene) le informazioni personali conservate negli smartphone. La Reuters ha riportato le esperienze di vari cittadini afghani che stanno tentando disperatamente di cancellare dai propri dispositivi video, foto e documenti che possano ricondurli in qualche modo ai paesi occidentali. È il caso non solo di molti traduttori e fixer che negli anni hanno lavorato sul campo per conto di ong e testate giornalistiche europee o nordamericane, ma anche di comuni cittadini che si sono iscritti a un social network iniziando, ignari delle conseguenze della storia, a pubblicare foto e a manifestare liberamente il proprio pensiero. In migliaia hanno quindi cancellato i propri account su Facebook e Instagram. Il sito Wired UK ha intervistato Muhibullah, un traduttore (tra i tanti) ex collaboratore dell’esercito statunitense che ha bruciato i documenti che attestavano il suo lavoro e l’agenzia governativa statunitense Usaid ha inviato una mail ai propri collaboratori afghani per spiegare loro come rimuovere foto o contenuti potenzialmente pericolosi.

Ma non è finita qua: ciò che più spaventa gli afghani è la presenza, sparsa in chissà che miriade di archivi digitali, di dati biometrici (ovvero, per essere più chiari, quei dati personali relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di un individuo mediante i quali è possibile l'identificazione univoca). L’ong Human Rights First ha twittato di aver appreso che i talebani hanno preso il controllo dei database biometrici, che con ogni probabilità includono l’accesso ad archivi di impronte digitali, riconoscimento dell’iride e facciale ...e da qui a dare la caccia ai membri delle forze di sicurezza presenti nello Stato il passo è breve. Oggi si teme un’applicazione sistematica di simili procedure contro la popolazione civile, ragione per cui la ong Human Rights First ha pubblicato una guida in lingua Farsi per spiegare agli utenti di internet e in special modo a quelli dei social media come cancellare la propria storia digitale. Tanto per essere chiari, i Talebani non hanno inventato nulla in questo campo, dal momento che già un anno fa gli attivisti prodemocrazia di Hong Kong sono stati individuati dal governo cinese con gli stessi metodi di cui ci stiamo occupando. Insieme a detta guida, l’ong ha pubblicato anche un manuale per eludere le rilevazioni biometriche e, tra le indicazioni suggerite, vi sono quelle di guardare sempre in basso mentre si cammina fuori casa e truccarsi pesantemente il volto applicando numerosi strati di makeup. Rimangono però le difficoltà rispetto al riconoscimento delle impronte digitali, che possono essere cancellate solo strappandosi la pelle dei polpastrelli. Morale della favola: se avevate sui social media amici afghani che risultano improvvisamente spariti, non prendetevela a male temendo di essere stati bloccati anzi, sperate che abbiano fatto in tempo a cancellare per sempre il loro profilo prima che finisse nelle mani sbagliate. 

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