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I segreti di Internet

Il lavoro come lo conoscevamo

La formula del “3 X 2” che vale non solo al supermarket

Lavoro

Sono in molti a profetizzare che, finita la pandemia da Covid (...cerchiamo di essere ottimisti), il nostro modo di lavorare cambierà definitivamente o, se preferite, nulla più sarà come prima.

Uno tra i più autorevoli teorizzatori è il quotidiano inglese “The Guardian” che, a firma del suo editorialista Nicholas Bloom, in un recente articolo ha descritto lo schema a cui hanno già aderito non solo alcuni giganti multinazionali come Google, Salesforce, Facebook e Hsbc, ma anche moltissime medie imprese dei settori più diversi. La struttura di base sembrerebbe essere la seguente: ogni settimana si passano tre giorni in azienda e due a casa (da intendersi con “si lavora da casa”). Sgomberiamo subito il campo da possibili fraintendimenti: chi spacca le pietre, pulisce i servizi o asfalta le strade, continuerà sempre con le stesse modalità di prima, per cui le novità riguarderanno esclusivamente i lavori d'ufficio. Con l'alternanza che abbiamo appena visto si potrebbero conciliare i vantaggi offerti dal lavoro di gruppo (le relazioni interpersonali, il senso di appartenenza, il potenziale creativo del lavoro d'equipe) con quelli del lavoro da casa (maggiore efficienza, minori distrazioni, maggior produttività grazie al tempo risparmiato negli spostamenti).

A quanto pare questa nuova concezione della modalità lavorativa piace non solo alle imprese, ma anche ai lavoratori (naturalmente il “Guardian” si occupa di casa sua, per cui i lavoratori in questione sono quelli britannici). Spostandoci invece alle nostre latitudini, della questione lavorativa post-pandemia (anche qui con l'ottimismo di chi immagina il problema Covid di prossima immediata soluzione) si è occupato anche il quotidiano “La Repubblica” che, in un articolo di Raffaele Ricciardi, così riporta: “la possibilità di lavorare da remoto è un fattore che aumenta il livello di soddisfazione” degli impiegati italiani. Anche la Banca d'Italia è intervenuta sul tema con un suo rapporto del gennaio 2021 intitolato “Il lavoro da remoto in Italia durante la pandemia: i lavoratori del settore privato”, nel quale si afferma che: “durante la pandemia da Covid-19, rispetto ai lavoratori non in smart working, la retribuzione di quelli che hanno svolto il lavoro da remoto è stata superiore del 6 per cento, riflettendo in larga parte il maggior numero di ore lavorate (in media, due ore alla settimana, pari a circa il 6 per cento): controllando per il numero di ore lavorate, il differenziale nella retribuzione non è invece significativo”. In buona sostanza, chi svolge un tipo di “lavoro agile” (quello del 3X2 di cui abbiamo parlato sopra) ha risparmiato circa 60 minuti al giorno di tempo per gli spostamenti (alcune fonti dicono anche di più); ma non solo: ha monetizzato una parte di questo tempo e ha dedicato l’altra parte, maggiore, ad attività diverse dal lavoro.

Anche Bill Gates si è occupato del tema: a fine marzo 2021 la Microsoft ha reso nota una ricerca condotta su oltre 30 mila persone in 31 paesi intitolata: “La prossima grande rivoluzione sarà il lavoro ibrido. Siamo pronti?”. Anche in questo caso si hanno più o meno le stesse conferme degli altri studi: il 73% degli intervistati desidera poter continuare a lavorare, almeno parzialmente, da casa. Naturalmente vi sono, come sempre, gli insoddisfatti della soluzione attuale o delle previsioni future, per i quali non sempre la propria abitazione dispone di spazi adeguati per poter lavorare tranquillamente, non sempre si dispone di una buona connessione alla Rete, l’azienda non sempre contribuisce alle spese di dotazione degli strumenti necessari e che, tra documenti e riunioni online, ci si sente più esausti a casa che in ufficio. Come ogni grande cambiamento, tuttavia, anche il lavoro agile prevede sia un certo numero di rischi sia anche grosse opportunità, per cui non ci resta altro che stare a vedere come si concluderà questa vera e propria sfida. Sempre lo studio di Microsoft precisa che le imprese dovranno investire per dotare i dipendenti degli strumenti e della formazione necessari a consolidare efficacemente la pratica del lavoro agile; ma non solo: dovranno metterli in grado di avere un equilibrio soddisfacente tra lavoro e vita privata, con una particolare attenzione ai lavoratori più fragili: tipicamente, le donne e i più giovani. D'altronde, come scrive l'esperta di comunicazione Annamaria Testa sulle pagine de “L'Internazionale”: “il lavoro a distanza può essere un’ottima occasione per praticare politiche inclusive. E potrebbe, a patto che esistano adeguate infrastrutture tecnologiche, adeguata formazione eccetera, favorire proprio i lavoratori a diverso titolo più svantaggiati. Sembra tutto molto promettente e convincente. Tuttavia, ho la sensazione che non ci stiamo ancora rendendo conto dell’enorme, rapidissimo cambiamento e dell’infinità di ricadute che la pratica estensiva del lavoro agile può portare con sé. A pensarci bene, tutta la nostra vita di individui adulti ruota attorno al lavoro (o, almeno, con il lavoro deve fare i conti) e tutta la nostra evoluzione come specie ultrasociale si è fondata sui modi in cui, nel tempo, abbiamo organizzato, diviso e condiviso le informazioni e il lavoro.” Internet e la Rete hanno cambiato il mondo, velocizzando e trasformando radicalmente il modo in cui facciamo ricerche, facciamo conoscenze, facciamo acquisti ...saremmo degli illusi se, pandemie mondiali o meno, Internet non avrebbe cambiato, prima o poi, anche il modo in cui svolgiamo la nostra professione.

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