VERCELLI - 25 aprile, LA LIBERAZIONE D'ITALIA
di Robertino Giardina
25 Aprile 2026 20:11
«Se per un istante provassimo a capovolgere il modo in cui siamo abituati a pensare lo spazio e il tempo, sarebbe più semplice sottrarre la memoria della Resistenza al pericolo di essere mummificata in formule, in vuote cerimonie commemorative». Con questo esordio la professoressa Monica Schettino ha aperto la sua allocuzione ufficiale a Vercelli, in occasione dell'81° anniversario della Liberazione e dell'80° della Repubblica.
Secondo la studiosa, riprendendo la visione degli antichi, il passato non è qualcosa che ci lasciamo alle spalle, ma ciò che ci sta di fronte perché è l'unica dimensione conoscibile, mentre il futuro, ignoto, resta alle nostre schiene. In quest'ottica, la Resistenza cessa di essere un reperto d'archivio per tornare a essere un «vasto movimento di opposizione, armata e disarmata, a una dittatura, a un governo ingiusto, basato sulla disuguaglianza, la violenza e l'usurpazione».
Il cuore dell'intervento ha ridato voce e volto alle donne che hanno fatto la storia di Vercelli, figure che scelsero la disobbedienza e il pensiero critico per scardinare il pensiero unico del regime. È stata ricordata Bianca Grasso, che a quindici anni trasportava libri messi all'indice dal fascismo nella sua cartella di scuola; Giovanna Michelone, operaia e dattilografa che batteva a macchina i volantini della stampa clandestina; Andreina Zaninetti, impegnata nell'aiuto ai prigionieri di guerra e futura direttrice dell'Istituto per la storia della Resistenza.
Un momento di particolare intensità è stato dedicato a Mimma Bonardo, organizzatrice dello sciopero del 27 giugno 1944 contro la fucilazione dei renitenti, che riuscì a mobilitare le operaie di tutte le fabbriche cittadine — dalla Sambonet alla Chatillon — sfidando la polizia e salvando giovani vite. Mimma, arrestata e poi fuggita dall'ospedale per unirsi ai partigiani in montagna, rivendicò sempre una scelta politica non legata alle armi: «Sapevo quale fosse il mio dovere e che non tutte le cose importanti si facevano con le armi».
Centrale è stata la figura della dottoressa Anna Marengo, "Fiamma", che trasformò la professione medica in militanza, nascondendo renitenti al Sant'Andrea e curando i partigiani in montagna. Eppure, il discorso non ha taciuto l'amarezza post-bellica. Attraverso la vicenda di Cichin, il partigiano a cui la Marengo dovette amputare una gamba e che nel 1948 si ritrovò disoccupato e povero, Schettino ha evidenziato come «la storia, davvero, non è ancora finita».
L’orazione si è conclusa con un ponte drammatico verso l'attualità. In un 2026 che conta 32 guerre attive, dall'Ucraina alla Palestina, la professoressa ha ammonito che «non bastano gli articoli di una Costituzione perché la democrazia sia cosa fatta». L'invito finale è un appello alla responsabilità individuale: esercitare il pensiero libero, studiare in modo critico per difendere la dignità umana. Perché, in conclusione, è solo imparando a dirigere se stessi nel "torrente" della storia che l'impegno civile acquista un senso autentico.
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