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Parlamentino Ovest sesia

"C'era una volta Marco Pannella": il ricordo a Vercelli

La testimonianza dell’On. Alessandro Tessari a 10 anni dalla scomparsa

Marco Pannella

La redazione del giornale La Sesia si scusa per l'errata pubblicazione, sull'edizione di venerdì 3 aprile, della data relativa al convegno "C'era una volta Marco Pannella", in programma giovedì 9 aprile alle 18 nella sede del Parlamentino dell'Ovest Sesia in via Duomo 2 a Vercelli (ingresso libero).

Pubblichiamo qui sotto l'intervista integrale all'onorevole Tessari, che porterà la sua testimonianza.

Il ricordo e la testimonianza dell’onorevole Alessandro Tessari a dieci anni dalla scomparsa del leader radicale Marco Pannella, nel convegno in programma giovedì 9 aprile alle ore 18, nella sala del Parlamentino dell’Ovest Sesia. Al relatore abbiamo rivolto alcune domande per comprendere l’attualità dei valori espressi dal partito radicale e dal suo leader.

Cosa rappresentava davvero il Partito Radicale? È stato un partito come gli altri?
«Il Partito Radicale non è stato un partito come gli altri, anche se non dobbiamo dimenticare che partiti “anomali” ce ne sono stati anche prima: penso al Partito dell’Uomo Qualunque di Giannini. Pannella viene da un’esperienza politica molto raffinata: Ernesto Rossi, Pannunzio, la sinistra liberale. Anche se il linguaggio con cui io conobbi Pannella quando arrivò in Parlamento con la pattuglia dei quattro, Bonino, Faccio, Mellini, mi destò qualche incertezza. A distanza di cinquant’anni può darsi che i miei ricordi si confondano un po’. Pannella, reduce vincitore dalla battaglia che Fanfani aveva scatenato per abolire il divorzio approvato nel 1970, in uno dei suoi primi discorsi disse: ‘Noi deputati da marciapiede, noi drogati, noi omosessuali, noi scarti della società’… restammo tutti a bocca aperta. Era un linguaggio che nessuno aveva mai sentito prima. Ricordo lo smarrimento degli stenografi d’aula che andarono alla presidenza per chiedere se dovessero trascrivere quello che sentivano. La risposta: tutto quello che le vostre orecchie sentono. Entrai alla Camera nel 1972 con il Pci, appena congedato. In caserma circolava di nascosto “ABC”, letto per le copertine ma utile a scoprire gli articoli di Spadaccia e la campagna radicale sul divorzio. Mi colpì però la reazione scomposta di alcuni compagni: vero bullismo, soprattutto contro Adele Faccio. Da lì nacque in me una prima simpatia per il partito radicale, più umana che politica».

Digiuni, urla in Parlamento, divise militari in zone di guerra - una forma di politica tesa a sensibilizzare le coscienze. Quanto manca oggi Pannella?
«I digiuni di Pannella e di molti radicali sono stati uno strumento non violento per protestare contro l’esclusione dai media pubblici. Non ci date spazio? E allora noi mettiamo in campo il nostro corpo, la nostra passione. C’è perfino qualcosa di cristianissimo in questo: il martirio del figlio di Dio che decide di non usare la forza. L’episodio che mi vide perplesso è quando durante la tragedia serbo-croata noi andammo un fine anno a visitare le due trincee contrapposte. Dai croati la scena imbarazzante fu questa: il comandante dei croati, notoriamente fascisti, aveva fatto confezionare per Pannella una divisa militare da croato. Credo che tutti i partiti oggi sentano la mancanza di un uomo come Pannella capace di cucire strategie, intese con i più diversi schieramenti».

È il 2026, cosa resta del pensiero di Pannella oggi, nell’era dei social e dei partiti personali?
«Che cosa resta oggi di Pannella: per me è triste vedere la frammentazione della galassia radicale in tanti piccoli gruppi con i quali ho fatto politica e condiviso grandi passioni ed emozioni. Le stranezze dei radicali avevano qualcosa che affascinava. Nei quasi dieci anni di mia militanza nel partito comunista e nel grande rispetto che avevo per la figura di Enrico Berlinguer e soprattutto di suo fratello Giovanni Berlinguer che mi fece da tutor nella mia ignoranza della politica, il rispetto reciproco non invadeva la sfera privata. Con Pannella era diverso: il giorno in cui lasciai i comunisti, Pannella mi invitò a cena nel suo piccolo sottotetto, dove si passava da una stanza all’altra chinando il capo. In cucina trovai un solo piatto, il mio. Gli chiesi come mai. Mi rispose: io sto digiunando. Era fatto così, attento anche alla vita privata, convinto che in politica contino i corpi, con le loro esigenze».

Libertà, pace, vita, famiglia e coerenza sono le parole principali del suo libro Cattolicando. Cosa potrebbe fare la politica per dare un senso più concreto a questi valori?
«Nel mio libro Cattolicando che raccoglie mie lettere al giornale cattolico Avvenire durante una ventina di anni, metto in evidenza il tema della denatalità dell’Occidente. La mia lettura di questo fenomeno è diversa da quella degli amici cattolici: io penso che l’arroganza dell’Occidente nello sfruttamento al proprio servizio di vaste aree del mondo meno sviluppato abbia di fatto comportato che proprio la sensibilità cattolica contro l’utero in affitto non si sia resa conto che l’Occidente aveva ormai deciso di affittare l’utero di interi paesi del sottosviluppo. Un certo tipo di accoglienza pelosa dell’Occidente colto nei confronti degli immigrati che nasconde, temo, il desiderio di avere una riserva infinita di mano d’opera a basso costo, cioè schiavi».

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