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Psicologia

Il dono che ritorna: il volontariato fa bene anche a chi fa volontariato

Rubrica quindicinale a cura di Raffaele Napolitano

Volontariato

Immagine di ChatGPT

Nel tempo dell’individualismo e della corsa al risultato personale, il volontariato rappresenta una delle esperienze umane più controcorrente e, allo stesso tempo, più profondamente gratificanti.

Donare tempo, energie e competenze a favore degli altri non è soltanto un gesto altruistico. Dal punto di vista psicologico è anche un potente generatore di benessere.

Numerose ricerche in psicologia sociale mostrano come l’atto di aiutare qualcuno attivi meccanismi interni legati alla gratificazione, al senso di efficacia personale e alla costruzione dell’identità.

Quando una persona compie un’azione di volontariato sperimenta ciò che molti studiosi definiscono “helper’s high”, una sensazione di benessere emotivo che deriva dalla percezione di essere utili a qualcuno. Non si tratta solo di una metafora. A livello neurobiologico, infatti, l’aiuto agli altri stimola il rilascio di dopamina, ossitocina ed endorfine, sostanze legate al piacere, alla fiducia e alla connessione sociale.

La gratificazione del volontariato nasce anche da un altro fattore fondamentale: il significato. In una società dove molte attività quotidiane possono apparire frammentate o prive di uno scopo profondo, il gesto di prendersi cura di qualcuno restituisce una chiara percezione di valore.

Chi fa volontariato spesso racconta di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una rete di relazioni che supera l’interesse individuale. Dal punto di vista psicologico questo produce almeno tre benefici importanti.

Il primo è la riduzione del senso di isolamento, perché l’impegno solidale crea legami, comunità e appartenenza.

Il secondo è l’aumento dell’autostima, in quanto l’individuo vede concretamente l’effetto positivo delle proprie azioni.

Il terzo è la regolazione emotiva, perché aiutare gli altri aiuta a relativizzare i propri problemi e a sviluppare empatia.

Non è un caso che molte tradizioni spirituali abbiano riconosciuto da secoli il valore trasformativo del servizio agli altri. In questo senso assume un significato particolare l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, figura che ha fatto della cura dei più fragili e dell’attenzione verso ogni creatura il centro della propria esperienza.

La sua testimonianza continua a ricordare che il gesto del dono non impoverisce chi lo compie, ma al contrario lo arricchisce interiormente. San Francesco intuì qualcosa che oggi la psicologia conferma: la felicità non nasce soltanto dal possesso o dal successo individuale, ma dalla relazione, dalla condivisione e dalla capacità di uscire da sé per incontrare l’altro. In termini moderni potremmo dire che il volontariato attiva processi di prosocialità, cioè comportamenti orientati al benessere collettivo, che a loro volta rafforzano il benessere personale.

In un’epoca segnata da solitudine diffusa e fragilità sociali, il volontariato rappresenta dunque molto più di un gesto di solidarietà, è una pratica di salute psicologica, un modo concreto per riscoprire il valore delle relazioni umane. Perché, alla fine, chi dona qualcosa di sé scopre spesso di ricevere molto di più: senso, appartenenza, gratitudine. In una parola sola, amore.

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