Psicologia
di Raffaele Napolitano
18 Febbraio 2026 17:30
Immagine di ChatGPT
Due settimane fa Torino è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna. La manifestazione contro la chiusura, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone, è degenerata in guerriglia urbana, con lanci di oggetti, incendi, cariche e decine di feriti tra agenti e manifestanti.
Ora, entrando psicologicamente nelle situazioni di conflitto tra cittadini e istituzioni, in questo contesto si attivano meccanismi emotivi molto potenti, quali, ad esempio, “percezione di ingiustizia e di perdita”. La chiusura di un luogo percepito come “bene comune”, infatti, può essere vissuta come una ferita identitaria e simbolica. Quando una comunità sente che qualcosa di significativo viene tolto senza una narrazione condivisa, si genera frustrazione, rabbia e un senso di ingiustizia profonda. Questi sentimenti facilitano l’attivazione di comportamenti radicali o violenti quando non esistono canali di espressione percepiti come efficaci. Identità di gruppo e “noi contro loro”: nei grandi cortei si instaura spesso una forte identificazione collettiva. I partecipanti iniziano a vedere lo Stato o la polizia non come interlocutori istituzionali, ma come avversari. Questo fenomeno rafforza la polarizzazione e rende più probabile l’emergere di comportamenti ostili o antisociali. Bassa fiducia nelle istituzioni: la ricerca indica che quando le persone percepiscono le istituzioni come illegittime o inefficaci nel rappresentare i loro interessi, si abbassa anche la soglia di tolleranza verso norme, regolamenti e forze dell’ordine. Ciò può incrementare il sostegno o la giustificazione di tattiche aggressive nei confronti delle autorità.
Quali sono i fattori psicologici dell’aggressività nei facinorosi? Gli episodi di aggressioni esplicite, documentate nei video e nei resoconti, non si spiegano solo con la protesta contro lo sgombero, ma con dinamiche psicologiche di gruppo. Si verifica un fenomeno di deindividualizzazione: la folla offre un senso di anonimato. Individui che in altre circostanze non si comporterebbero in modo violento si sentono “protetti” dall’azione collettiva e possono adottare comportamenti impulsivi o distruttivi.
Negli studi su dinamiche di protesta, si osserva che se una minoranza, all’interno di un corteo, inizia ad adottare violenza, altri membri possono seguirla perché percepiscono il comportamento come “normale” o addirittura necessario. Contagio emotivo: paura, rabbia, senso di provocazione, percezione di essere minacciati dalle forze dell’ordine (o viceversa) possono amplificarsi rapidamente in un contesto di massa.
Ma come arginare la violenza? Per prevenire o contenere future escalation, è utile considerare strategie che non si limitino alla sicurezza fisica, ma comprendano aspetti psicologici e comunicativi. Adottare una comunicazione chiara ed empatica: i conflitti di piazza spesso nascono o degenerano quando manca una comunicazione trasparente tra istituzioni e manifestanti. Una narrativa che riconosca i sentimenti di chi protesta, pur ribadendo i limiti legali, può ridurre la percezione di ingiustizia e l’escalation emotiva.
Mediazione attiva: creare spazi di dialogo prima, durante e dopo grandi manifestazioni, coinvolgendo leader di movimento e comunità locali, può aiutare a prevenire l’isolamento delle frange più radicali e favorire modalità di protesta non violente. Supporto psicologico e prevenzione della radicalizzazione: programmi di supporto rivolti soprattutto ai giovani che spesso si avvicinano alle proteste spinte da frustrazione o esclusione sociale possono fornire strumenti alternativi per esprimere disagio e partecipare attivamente alla comunità senza ricorrere alla violenza. In conclusione, per affrontare e ridurre la violenza non basta intervenire militarmente, è necessario costruire ponti comunicativi, mediativi e psicologici che consentano a chi protesta di sentirsi ascoltato e rappresentato dentro percorsi di conflitto democratico costruttivo.
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