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Psicologia

Crans-Montana: tragedia che interroga la psiche collettiva

Rubrica quindicinale a cura di Raffaele Napolitano

Psiche collettiva

Immagine di ChatGPT

Il devastante incendio avvenuto nella notte di Capodanno nel locale Le Constellation di Crans-Montana, che ha causato 40 vittime e oltre 100 feriti, non è solo una tragedia materiale, è anche una ferita psicologica che coinvolge famiglie, comunità e soprattutto molti giovani. Sul piano umano, ciò che colpisce è l’impatto emotivo e psicologico, classi scolastiche che riprendono con banchi vuoti, famiglie in lutto, comunità scosse.

Il trauma collettivo si accompagna alla necessità di trovare spiegazioni e responsabilità, ma anche di elaborare il dolore. Molte delle vittime erano giovani. Questo introduce una dimensione psicologica cruciale, nei ragazzi e nei giovani adulti, i circuiti cerebrali dedicati al “problem solving”, al controllo degli impulsi e alla valutazione dei rischi non sono ancora pienamente maturi.

Dal punto di vista neuroscientifico, ci sono aree collegate al pensiero logico e alla pianificazione e i circuiti tra prefrontale e sistema limbico (coinvolto nelle emozioni) a gestire decisioni complesse, capacità di prevedere le conseguenze, gestione delle emergenze e comportamento prudente. Queste strutture cerebrali completano il loro sviluppo intorno ai 22–25 anni. Ciò significa che, in situazioni di eccitazione emotiva, festa, rumore, alcol e stimoli intensi, i giovani tendono a sottovalutare i pericoli, reagire più lentamente alle emergenze, seguire il comportamento del gruppo, affidarsi maggiormente all’istinto che alla valutazione razionale. Non è immaturità caratteriale, è una naturale immaturità neurobiologica. Se l’ambiente non protegge, il cervello non basta.

Qui si incrocia psicologia e responsabilità adulta: quando l’ambiente non è sicuro, quando mancano vie di fuga adeguate e quando le misure di prevenzione non sono rigorose, anche il miglior cervello, maturo o immaturo, non può supplire. Affidarsi alla capacità dei giovani di “cavarsela” in caso di emergenza è un errore, la sicurezza strutturale e organizzativa deve compensare ciò che la neurobiologia giovanile non può ancora garantire.

Oggi restano famiglie che cercano risposte, autorità che indagano e comunità che provano a rimettere insieme i pezzi. Il lavoro psicologico sarà lungo: elaborazione del lutto, gestione delle immagini traumatiche, senso di colpa dei sopravvissuti e paure che riaffiorano nei più giovani. In queste situazioni diventa fondamentale il sostegno psicologico continuo, i rituali collettivi come veglie e cerimonie, che aiutano a dare significato al dolore, protezione dei minori dal sovraccarico emotivo ed educazione alla sicurezza e alla responsabilità.

Le inchieste giudiziarie faranno il loro corso, ma c’è una responsabilità più ampia, quella sociale. Significa riconoscere che i giovani non sono “piccoli adulti”, ma individui con cervelli ancora in fase di sviluppo. Significa progettare spazi, eventi e contesti pensando alla loro vulnerabilità neurologica ed emotiva. Solo così una tragedia come quella di Crans-Montana potrà trasformarsi, almeno in parte, in una lezione collettiva su cura, prevenzione e comprensione della mente umana.

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