Psicologia
di Raffaele Napolitano
3 Gennaio 2026 09:30
Ogni nuovo anno arriva accompagnato da un rituale collettivo carico di aspettative: la convinzione che qualcosa, finalmente, cambierà.
Cambieremo noi, cambieranno le nostre abitudini, i nostri corpi, le nostre relazioni, persino la società intorno a noi. Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno non è casuale, ma rappresenta una potente illusione di rinnovamento, radicata nel bisogno umano di controllo, speranza e significato. Il passaggio simbolico dal 31 dicembre al 1° gennaio agisce come una linea di demarcazione mentale.
Gli psicologi parlano di fresh start effect: la tendenza a percepire determinati momenti temporali come opportunità di rinascita. Il nuovo anno diventa così una pagina bianca su cui proiettare desideri irrealizzati e versioni ideali di noi stessi. Tuttavia, questa separazione è puramente simbolica.
Il cervello umano, le dinamiche emotive e i contesti sociali non si azzerano allo scoccare della mezzanotte: ciò che eravamo il 31 dicembre continua a vivere, identico, il 1° gennaio. A livello personale, le promesse di cambiamento come smettere di procrastinare, essere più felici, più produttivi, più presenti, spesso ignorano un elemento fondamentale: il cambiamento autentico richiede processi graduali, ripetizione e tolleranza della frustrazione. Il nuovo anno offre una spinta motivazionale temporanea, ma non modifica automaticamente schemi cognitivi radicati, abitudini automatiche o ferite emotive sedimentate nel tempo. L’illusione nasce proprio dal credere che la volontà, da sola, sia sufficiente. Quando l’entusiasmo iniziale svanisce, subentrano senso di colpa e autosvalutazione, rafforzando l’idea di essere “inermi” di fronte al cambiamento. Un ulteriore elemento è la costruzione dell’Io ideale.
A inizio anno, l’individuo confronta ciò che è con ciò che “dovrebbe essere”, alimentando una distanza spesso irrealistica. Questo confronto continuo produce tensione interna e può generare ansia, invece che crescita. Paradossalmente, più l’obiettivo è astratto e grandioso, meno risulta sostenibile nella quotidianità. Lo stesso meccanismo si riflette nelle illusioni alimentari. Gennaio è il mese delle diete drastiche, delle restrizioni e delle promesse di trasformazione corporea. Psicologicamente, queste aspettative si fondano su una visione punitiva e dicotomica del comportamento: prima e dopo, controllo e fallimento, disciplina e colpa. In realtà, il rapporto con il cibo è profondamente intrecciato alle emozioni, alla regolazione affettiva e allo stress. Senza un lavoro su questi aspetti, il cambiamento resta superficiale e temporaneo, destinato a interrompersi non appena emergono stanchezza o difficoltà.
Anche sul piano sociale l’illusione del nuovo anno è evidente. Si spera in una società più giusta, relazioni più autentiche, un clima collettivo migliore. Tuttavia, le dinamiche relazionali e le strutture sociali seguono tempi lenti e complessi. La convinzione che “l’anno nuovo porterà qualcosa di diverso” funziona come una forma di attesa passiva, che riduce la responsabilità individuale e collettiva.
Quando il cambiamento non arriva, può emergere un senso di disillusione che sfocia in cinismo o rassegnazione. Infine, l’illusione del nuovo anno svolge anche una funzione difensiva: protegge dall’angoscia del tempo che passa. Attribuire al futuro un potere trasformativo consente di rimandare il confronto con il presente, con i limiti e con le scelte non fatte. Il cambiamento viene così delegato a una data, anziché a un processo.
Riconoscere questa illusione non significa rinunciare alla possibilità di cambiare, ma spostare l’attenzione dalla magia delle scadenze simboliche alla realtà dell’esperienza quotidiana. Il vero cambiamento non nasce da un calendario, ma dalla capacità di osservare se stessi senza idealizzazioni, accettando che nulla cambia davvero se non siamo disposti a cambiare lentamente, imperfettamente e giorno dopo giorno.
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