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Editoriale

Il tradimento dell'Occidente al popolo afghano

Vent'anni di campagna militare non sono serviti a frenare il ritorno oscurantista dei Talebani

Afghanistan

“Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”, recita un antico adagio afghano che in ogni epoca sembra non far altro che rafforzare le frange estremiste che intendono soggiogare l’Afghanistan. La riprova si è avuta lo scorso 15 agosto, una data che entrerà nei libri di storia, con la repentina ascesa dei Talebani (ossia gli “studenti di Dio”) e la conquista della capitale Kabul. Il tutto, in maniera quasi beffarda, ad una manciata di giorni dal 19 agosto in cui si ricorda (… o meglio, si ricordava) l’indipendenza dal Regno Unito.

Un territorio, quello dell'Afghanistan, che nel corso dei secoli ha subìto molteplici attacchi e tentativi di conquista (dagli Indoariani ai Medi, dai Persiani ai Greci, così come i Maurya indiani, gli Unni bianchi, i Sasanidi e gli Arabi, fino ad arrivare alla Gran Bretagna e all'Unione Sovietica), ma che non si sono mai concretizzati in un effettivo controllo o dominio.

Pur con un palpitante senso di impotenza e con gli occhi ancora lucidi per l’incredulità di quanto accaduto nel giro di poche settimane, anche se per qualcuno può essere bruciante, va onestamente detto che la caduta di Kabul e della maggior parte del Paese è la “cartina al tornasole” del fallimento dell’Occidente, nella fattispecie della guerra intentata dagli Usa (e appoggiata dalla Nato) per dare la caccia a Osama bin Laden che, a più riprese, aveva trovato ospitalità proprio in Afghanistan. L'instaurazione del nuovo Emirato islamico a poco meno di un mese dal 20° anniversario degli attentati terroristici negli Stati Uniti (11 settembre 2001), pertanto, è un’autentica débâcle sotto tanti punti di vista. Non solo quelli economici costati all'America oltre un trilione di dollari, ma soprattutto in termini di sacrifici umani (come i 53 morti e 700 feriti della missione militare italiana in Afghanistan) e lo schiaffo morale del tradimento verso un popolo ora lasciato in balìa dei Talebani.

«Dobbiamo salvare chi ha lottato con noi, poi si parlerà di colpe», ha affermato il generale statunitense David H. Petraeus, già alla guida della Cia e poi al comando delle truppe Usa in Iraq e nello stesso Afghanistan, ammettendo che la decisione del ritiro ha inflitto «un duro colpo alle forze afghane, ai leader locali e agli altri». Tant’è che in meno di due settimane l’offensiva talebana ha portato alla conquista di 26 delle 34 province, con una resa pressoché incondizionata dell'esercito regolare e la fuga repentina del presidente Ashraf Ghani verso il vicino Tagikistan per «evitare che si verificasse un bagno di sangue» nelle strade di Kabul.

Non si trattasse di una «situazione amara, drammatica e terrificante» (per usare le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel) con un probabile ritorno all'oscurantismo più severo, a posteriori farebbero “sorridere” le dichiarazioni del 46° presidente Usa, Joe Biden, rilasciate l'8 luglio quando sostenne che «i Talebani non sono l'esercito nord vietnamita» e che non si sarebbero viste scene di «persone evacuate dal tetto dell'ambasciata statunitense». Un tragico errore di valutazione allor quando, con i Talebani alle porte di Kabul, le prime immagini trasmesse dai principali network hanno mostrato un elicottero Chinook atterrare proprio sul tetto dell'edificio diplomatico Usa per evacuare il personale. Una similitudine, subito rimbalzata in rete, con quell'immagine d'archivio risalente al 29 aprile 1975 relativa all'evacuazione, sempre in elicottero, dell’ambasciata americana a Saigon (Vietnam).

E così, mentre le sedi diplomatiche di mezzo mondo (tranne Russia, Cina e Pakistan, ovvero i principali “osservatori/spettatori” del caos) ammainavano le loro bandiere e distruggevano documenti “sensibili” per non lasciarli in mano alla propaganda talebana, i timori di una larga parte della popolazione afghana si sono trasformati in dura realtà. A partire da quei commercianti che per paura di rappresaglie hanno incominciato ad imbiancare le vetrine dei propri negozi laddove prima figuravano immagini di donne “vestite all’occidentale” (dunque a volto scoperto).

Un pugno allo stomaco, ma più che altro alle coscienze, sono stati poi quei brevi filmati - drammaticamente rappresentativi della disperazione più totale - con alcuni uomini seduti su una sporgenza della carlinga di un enorme C17 americano mentre si apprestava a decollare dalla pista dell'aeroporto di Kabul. Andare incontro a morte annunciata piuttosto di rimanere sotto le “grinfie” del regime talebano, la dice lunga sul grado di terrore che serpeggia tra gli afghani.

Nonostante le presunte garanzie di amnistia per tutti (militari, funzionari civili e membri delle Ong), l’annuncio di un governo islamico inclusivo e le rassicurazioni circa l’accesso delle donne all’istruzione, a pagare il “prezzo” più alto di questo rovesciamento di potere in Afghanistan sarà comunque il gentil sesso al quale, stando al precedente regime talebano risalente agli Anni ’90, era vietato uscire di casa se non accompagnate da un uomo della cerchia familiare, era obbligatorio indossare il burqa, senza poter né lavorare né frequentare la scuola. Mentre gli Stati occidentali (e non solo) hanno messo in salvo diplomatici, personale ministeriale e collaboratori locali, il nostro pensiero va in particolare a tutte le donne, così come alle giornaliste, alle blogger, alle attiviste e a tutte coloro che in questi ultimi 20 anni hanno lavorato e lottato per riportare dignità e rispetto.

Il nuovo “corso” politico dei Talebani, malgrado i proclami che «l’Emirato islamico non vuole che le donne siano vittime» (con la precisazione che «dovrebbero essere nella struttura del governo in accordo con la Sharia», cioè la legge coranica), sembra già peccare di ambiguità con le prime testimonianze dalle zone rurali dell'Afghanistan, con rapimenti di ragazze e donne non sposate, dai 12 ai 45 anni, per esser date in “premio” ai combattenti islamici.

Donne, dunque, che si trovano nella condizione “sospesa” di scegliere tra il rischiare la vita per la libertà o l’adeguarsi agli stretti dettami coranici per sopravvivere. Parallelamente a quanto successo nelle ambasciate con i documenti istituzionali e riservati, nelle abitazioni private le donne si sono affrettate a bruciare i vestiti normali, a gettare via i trucchi e a distruggere tutto il materiale scolastico o lavorativo. Insomma, cancellare in poche ore un pezzo di vita costruita con fatica e tenacia. Molte ragazze erano bambine o non erano nemmeno nate allo scoppio nell’ottobre 2001 della guerra. Adesso si trovano quasi costrette a dover annullare la propria identità di donna, nascondendosi dietro il burqa, sperando disperatamente di non finire in sposa a uno “studente di Dio”.

Dopo l'immediata evacuazione del personale, le cancellerie internazionali hanno iniziato ad “azzuffarsi” sull’aiuto alla popolazione, per cercare di mettere in salvo il più alto numero di afghani. «Il solo modo di salvarci, se vogliamo vivere, è cercare di fuggire. Se rimaniamo qui saremo imprigionate o moriremo», è il messaggio di disperazione di Tayeba Parsa, una delle coraggiose donne giudice in Afghanistan. Una fuga che ha aperto un'altra lacerante ferita, quella della crisi umanitaria che vedrebbe coinvolte, almeno ad una prima conta sommaria, almeno 500 mila persone, metà delle quali bambini e donne. A loro il coraggio non manca di certo, come nel caso della 27enne Zarifa Ghafari, il più giovane sindaco donna di Maidan Shar, che al “New York Times” ha detto di essere un probabile bersaglio dei Talebani, ma che non intende lasciare la famiglia e scappare: «Sono seduta qui in attesa che arrivino (…) Non ho più paura di morire».

Il ricorrente pretesto tipicamente occidentale di “esportare la democrazia” non si potrà mai realizzare con le sole forniture di armi e l'addestramento militare per le forze locali, ma andrebbe costruito con pazienza (… senza orologio alla mano), partendo dal “basso” con la spiegazione e la diffusione dei basilari concetti di uguaglianza e rispetto, fondamenta di quel cambiamento culturale che negli anni possa sbocciare in diffusi principi democrazia condivisa.

Quello che è successo e sta accadendo in Afghanistan, ma altrettanto nella dimenticata Siria, piuttosto che in Libia, Yemen, Sudan e così via, non deve passare inosservato, non deve lasciarci insensibili. Di fronte alle decisioni dei cosiddetti “potenti della terra” spesso si rimane spiazzati, impotenti. Ciò non significa, però, rimanere inerti e distaccati.

Anche attraverso queste righe cerchiamo di dimostrare la nostra vicinanza al popolo afghano per essere un po’ la sua “voce”, per destare attenzione e per non far cadere l'oblìo su quelle vite appese alla speranza di un futuro migliore. Mai più vorremmo leggere di donne che sopportano «in silenzio tutto ciò che ci cade addosso», come quasi profeticamente aveva scritto nel 2007 lo scrittore Khaled Hosseini nel suo romanzo “Mille splendidi soli”.

Quando in un prossimo futuro in Afghanistan verranno calate le bandiere bianche dei Talebani (recante la shahādah, la testimonianza di fede nell’unico Dio Allah) per issare nuovamente il tricolore nero-rosso-verde della Repubblica, ecco che solo allora il popolo afghano potrà tornare a sorridere ed esultare di gioia. Chissà, magari declamando “O giorno, sorgi! Gli atomi danzano, le anime, ebbre d’estasi, danzano”, come scrisse otto secoli fa il poeta Mevlana Jalaluddin Rumi, nato nella città di Balkh appartenente all’antica Persia ora riconducibile proprio all’attuale Afghanistan.

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