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Il Grande Torino

Giuliano, il vercellese che scampò alla tragedia di Superga

Era il gioiello della squadra ragazzi della società granata

Giuliano Luigi

Luigi Giuliano ai tempi della Roma

Il pellegrinaggio laico a Superga di ogni 4 maggio da quel maledetto 1949, contiene, rafforzate in sé stesse, mille e una storia di sofferenza, orgoglio, appartenenza, che trascendono il concetto stesso di tifo per un club a quei tempi ormai diventato al limite del “convenzionale” (chi più, chi meno, tutti tifarono Toro, in quell’Italia del secondo Dopoguerra) nell’essere etichettato come assoluto, spietato e meritato monopolista della cinquina 1943-49 del campionato di Serie A. Per ciascuno di noi, Superga porta però con sé, anche strascichi personali e generali, contemporaneamente intimi e “nazionali”, di un momento - quello del tragico schianto del trimotore Fiat G.212 della compagnia aerea ALI sul terrapieno della collina torinese, con a bordo il Grande Torino - che fu un vero e proprio choc spartiacque di un intero Paese, paragonabile, sotto aspetti diametralmente opposti, al trauma dell’attentato a Togliatti del ’48 o a quello delle Torri gemelle del 2001. Così, ogni anno, una lunga fila silenziosa, devota e composta di gente semplice, sale il ripido e tortuoso colle (che accoglie nella sua meravigliosa Basilica barocca del Juvarra molte delle tombe più illustri di Casa Savoia), andando così a rendere non solo onore a chi “fu solo vinto dal fato”, come si scrisse a quei tempi, ma anche all’essenza di un calcio italico antico, vincente e romantico, di cui ormai non vi è più traccia alcuna, se parametrato a quello attuale. Di quel momento, che si estese per anni e segnò un periodo della “nostra vita”, si è detto e scritto di tutto. Compresa - tra le altre - l’incredibile traiettoria fortunosa del mediano vercellese Luigi Giuliano, che solo per un puro caso (ovvero un ritardo nell’ottenimento del passaporto) non prese parte alla fatale trasferta verso l'Estádio Nacional di Lisbona, dove il Grande Toro era andato a giocarsi un’amichevole di beneficenza contro il Benfica di capitan Francisco Ferreira.

Luigi, ennesima perla del vivaio della Pro Vercelli, abitava al Canadà, dove era nato il 16 agosto del 1930. Rione di cui per certi versi sarà ambasciatore e simbolo, almeno sino alla traiettoria, altrettanto luttuosa, del talento di Vittorio Mero. Il Toro del direttore tecnico Egri Erbstein si accorse presto di come Giuliano calciava in casacca bianca eusebiana, e – una volta portato nella squadra Primavera “Balon Boys” Granata - lo fece esordire a diciotto anni in prima squadra il 14 novembre 1948 (contro il Bologna e indossando la maglia numero 7 di Menti), accanto a Mazzola, Gabetto, Ossola e compagni. Che tutto fosse un sogno lo testimonia la rete segnata da Luigi all'87', che fissò il punteggio sul 2-2. Giuliano fu l’unico ragazzo della Primavera ad entrare nell’orbita della prima squadra durante il torneo 1948/49, tralasciando le presenze estemporanee di Balbiano e Biglino.

La marcatura di quel giovane mediano grintoso e dalla tecnica eccellente, non era frutto di fortuna, ma di talento puro. Giuliano si ripeterà infatti sette giorni più tardi a Novara, dove Giuliano ebbe il merito di aprire le marcature dopo 19 minuti prima che Loik nel secondo tempo fissasse il risultato sul definitivo 2-0, ma anche il 5 dicembre 1948 a Modena (1-0 finale con rete del vercellese al 76’). Insomma. Da lì alla fine si allenerà sempre insieme alla prima squadra. Ecco perché avrebbe potuto far parte a pieno titolo della partita di Lisbona.

 Dopo Superga, il presidente Ferruccio Novo puntò naturalmente su di lui per abbozzare la rosa della rinascita granata al “Filadelfia”, a cui concorsero con trasferimenti di giocatori di un certo rango molti club italiani (e nella quale, si parlerà molto “provercellese”, grazie ai servigi di Raffaele Cuscela, Baldo Depetrini e Domenico Gambino). Giuliano, fascia di capitano granata al braccio (quella sì, che metteva responsabilità e un certo imbarazzo), giocherà così altri 5 anni sofferti sotto la Mole, prima di passare alla Roma fortemente voluto dal tecnico inglese Jesse Carver, considerato il primo allenatore ad applicare il gioco a zona nel calcio italiano (nel 1954 a Novo andarono 80 milioni di lire, cifra record per quei tempi, a rintuzzare le ormai asfittiche casse della società) per 8 stagioni, diventandone anche capitano. Sino a vincere, insieme ai leggendari compagni uruguagi campioni del mondo, ma naturalizzati italiani Ghiggia e Schiaffino (oltre ad un altro illustre oriundo, ma argentino: Antonio Valentín Angelillo), la prestigiosa Coppa delle Fiere (l’unica per un club italiano), manifestazione antesignana della Coppa Uefa prima, l’attuale Europa League (scendendo in campo solo nel match di andata contro la finalista Birmingham City: 2-2). Dopo Vercelli e Torino, Roma era infatti diventata sua terza città del cuore (subentrando ad un altro illustre giocatore bicciolano giallorosso quale fu Ermes Borsetti, campione d’Italia nel 1941/42). L’ultima della sua vita. Per la cronaca, Giuliano vanterà 142 gare (ma c’è chi riporta 161) in giallorosso con 9 reti, diventando uno dei beniamini della tifoseria della lupa. Le ultime stagioni nella capitale saranno tormentate da due gravi infortuni alle ginocchia ma nel 1960/61, la squadra allenata dal campione mondiale e olimpico Alfredo Foni (ma già con il subentrante Louis Carniglia in panchina, nelle due finali) vincerà appunto la Coppa delle Fiere, competizione in cui il centromediano vercellese siglerà il primo gol contro il Saint Galloise, terminata 4-1 per la Roma.

Facile immaginare come Superga abbia segnato ogni giorno (e ogni notte) di Luigi (“Bigiu”) in tutta la sua vita. Nell’immaginarsi e chiedersi in ogni momento il “perché” (un perché, in fondo, provvidenzialmente burocratico) non fosse salito su quel volo. Al pari di Ferruccio Novo, rimasto in Italia “grazie” a una brutta broncopolmonite, o del celebre giornalista e radiocronista Nicolò Carosio, salvato dall’improrogabile impegno di presenza devota alla Cresima del figlio. La stessa fortunata sorte che - causa infortunio - costrinse il terzino di rincalzo Sauro Tomà a dover rinunciare alla trasferta, mentre il quotato secondo portiere Gandolfi si salvò solo dopo aver ceduto il suo posto al giovane Ballarin II, sotto pressione affettuosa ma fatale del fratello maggiore Aldo e dello stesso Novo, desiderosi di regalare una sorta di gita premio a questo promettente e meritevole ragazzo.

Certo, la vita andò avanti. Si deve, andare avanti. Di sicuro, nell’alzare quella Coppa delle Fiere, nel giro del campo all’Olimpico, davanti ai tifosi giallorossi in festa, a Giuliano saranno certamente tornati in mente gli amici con cui abbozzò i primi speranzosi calci ad un pallone lungo le vie impolverate e pericolose per il passaggio dal tramvai della via Gattinara e poi Valsesia (l’attuale Leonardo Walter Manzone), davanti a quello che sarà il mitico stabilimento Faini (l’attuale ipermercato Bennet) e di una delle prime pompe di rifornimento di benzina di Vercelli (a targa Shell), ma anche i saggi consigli di Eusebio Castigliano, prima – suo illustre concittadino – e di Valentino Mazzola poi, da cui pendeva letteralmente dalle mitologiche labbra. Si sarà certo ricordato del corteo funebre per le vie catatoniche e silenziose di Torino, sino a piazza Castello, ai visi dei familiari dei suoi ex compagni di squadra, che da quel momento in poi non ci sarebbero stati più, al pari della grandezza di una squadra che tornerà a vincere solo nel 1975/76. Ma anche della gioia di poter finalmente indossare la maglia azzurra della Nazionale maggiore il 27 novembre 1955 a Budapest, contro la Grande Ungheria di Puskas (in quell’Italia, sconfitta per 2-0, c’erano anche il futuro trainer della Pro Vercelli Antonio Montico e un certo Enzo Bearzot poi Ct dell’Italia campione del mondo nel 1982), di quando aveva giocato davanti a 70.000 spettatori contro Pelè in Roma-Santos 0-5, (“Torneo del Centenario”, addì 21 giugno 1961) o di quando si laureerà campione d’Italia, come allenatore della squadra Allievi giallorossa nel 1982/83, diventandone responsabile del settore giovanile, così come – apprezzato da Dino Viola e Franco Sensi - anche del centro sportivo di Trigoria. Tutto questo in un battito di ciglia, come è la vita di tutti noi. Racchiusa in un attimo. Solo che per Giuliano, sino a quando il sipario calerà per sempre nel dicembre del 1993, una parte di quell’attimo era rimasta indelebilmente ferma e impressa nella retina, al 4 maggio 1949. 

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