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Presentazione

Il “folle di Dio” secondo Andreoli

A Vercellae Hospitales un "Francesco più umano"

Andreoli cripta Vercellae Hospitales

«I folli di Dio sono coloro che non seguono l’imperatore e le norme della Roma antica, ma la visione diversa del mondo data da Gesù». Così Vittorino Andreoli — psichiatra di fama mondiale e membro della New York Academy of Sciences —, citando la Prima Lettera ai Corinti di Paolo, ha spiegato il titolo del suo libro, Il folle di Dio. Storia di San Francesco d'Assisi, alla Cripta di Sant'Andrea di Vercelli, gremita per l’occasione.

Una presentazione suggestiva, immersa nella cornice della manifestazione Vercellae Hospitales, che ha trasformato il cuore medievale della città in un palcoscenico d'eccezione.

Ad accogliere Andreoli, gli assessori comunali Stefano Pasquino e Valeria Simonetta, insieme a Marco Pautasso, vicedirettore del Salone Internazionale del Libro di Torino, presenza che testimonia come l'evento abbia saputo attirare l’attenzione ben oltre i confini locali.

Nel giorno del suo compleanno, l’autore ha condiviso con il pubblico vercellese una visione diversa del Santo, più umana: non il santo cristallizzato nelle agiografie — da Tommaso da Celano a Bonaventura da Bagnoregio —, descritto dapprima come «perso nell’umanità e poi ritrovato per grazia di Dio», ma un uomo in carne e ossa: piccolo di statura, brutto di aspetto, fragile. «Voglio renderlo umano», ha detto Andreoli, «un uomo che si è legato al divino».

In un tempo segnato da guerre e disorientamento collettivo, il messaggio di Andreoli è nitido: la fragilità non è debolezza. Costituisce, come ha detto lo stesso autore, «la percezione del limite che ci porta verso l'alto».

È proprio in questa giuntura, tra la carne e lo spirito, tra il limite e la trascendenza, che si inserisce la conversione di Francesco, letta dall'autore come un processo che coinvolge biologia, psicologia e contesto storico.

Ne emerge un ritratto di Francesco capace di parlare ai giovani con la stessa forza con cui parlò ai suoi contemporanei, rendendolo un modello ancora attuale.

Lo psichiatra ha riletto la "follia" del santo attraverso la lente delle neuroscienze e della storia del Basso Medioevo: il cervello plastico che si trasforma attraverso le esperienze, la giovinezza di un figlio di mercante che sogna di diventare cavaliere, e le visioni che orientano una vita votata ad una concezione di amore verso il prossimo.

Particolarmente toccante è stata la rilettura del legame con Chiara, descritto non come una semplice affiliazione religiosa, ma come un amore sublimato in agapé, citando Papa Benedetto XVI. Un’unione di due fragilità che si sostengono a vicenda, fino allo struggente racconto della morte alla Porziuncola di Assisi, dove i due trascorrono gli ultimi momenti della vita del Santo mano nella mano.

La sua conclusione è stata una provocazione clinica e poetica al tempo stesso: «Se Francesco nascesse oggi, direi: sì, è matto, ma non bisogna curarlo».

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