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Riflessione sul sacrificio del Beato vercellese

Don Secondo Pollo, 'martire della carità, esempio di stile di vita'

'Ci sprona a non essere indifferenti alle richieste di soccorso'

Beato don Secondo Pollo

Il Beato don Secondo Pollo

Amore fino a donare la vita. Ottant’anni dalla morte del Beato don Secondo Pollo, il cappellano degli alpini di Vercelli. Quel 23 maggio 1998 per gli alpini sboccia il loro primo santo, per i cappellani militari il primo loro modello elevato alla gloria degli altari, per la Chiesa, un autentico martire della carità.

Il 26 dicembre 1941, don Secondo, durante la battaglia di Dragali, in Montenegro a Cervice, si trova al centro di una sparatoria. Non si risparmia, non ha paura. Per portare conforto ad un giovane soldato ferito, viene colpito da una pallottola che gli recide l’arteria femorale. Muore dissanguato. Il suo esempio richiama al servizio della carità misericordiosa, ispiratrice di giustizia a tutto campo.

Nella chiesa Eusebiana, il giovane e intrepido don Secondo, portò un tocco di novità, rappresentata da una marcata apertura verso il mondo laicale, in particolare quello giovanile, dall’entusiasmo per le cose che si possono organizzare nelle parrocchie e anche al di là dei confini parrocchiali. Ieri come oggi, vale il tocco di novità rappresentata dal bisogno di una marcata apertura. Oggi, il bisogno dell’unità pastorale tra le parrocchie.
Se ieri l’agire di don Secondo era già…. il mondo laicale, oggi è bisogno primario, portando alla luce il concreto del dettato di un testo conciliare: rendere più intensa l'attività apostolica del popolo di Dio, svolgendola nella missione della Chiesa.

In questo momento storico c’è bisogno di uomini e donne consapevolmente impegnati nel cantiere della mondo e lo esige quest’ora storica. Anche in tempo di pandemia non dobbiamo perdere di vista la speranza e vincere avversità e tribolazioni, staccandoci dal mondo che tende a rendere schiavi dei suoi schemi, delle sue verità e ambizioni, delle sue schizofrenie e vanità. I cristiani muoiono ancora; muoiono senza vergogna, uccisi e arsi vivi – pur consapevoli delle proprie fragilità - ma con la coerenza e il coraggio, la mitezza e la saggezza di dire la propria fede nel nome di Cristo, come Sant’Eusebio, come il beato don Secondo. Esilio e croce è un binomio sempre in atto.

Testimoniare e servire la fede comporta incrociare altre fedi e posizioni religiose. Non è la linea della paura, né quella della chiusura, né quella dello scontro che bisogna tenere, ma quella del dialogo, della parola, con l’esempio di vita. Dobbiamo andare incontro agli altri come a dei fratelli: tutti abbiamo in comune d'essere stati creati a immagine e somiglianza
di Dio. Questa è una linea dettata dall’adesione alla verità e all’amore che sono inseparabili dal Vangelo.

Don Secondo, ci lascia un esempio di stile di vita, ci sprona a non essere indifferenti di fronte all’umanità ferita e di fronte alle richieste di soccorso e di riscatto che essa rivolge. Tocca a noi fare la nostra parte, per il bene di tutti e di ciascuno, perché siamo tutti responsabili di tutti.

Quello ormai lontano sabato pomeriggio della beatificazione di don Secondo, San Giovanni Paolo II ci aveva detto: Vercelli, deve scommettere sulla santità… Un impegno sempre valido! Se nella Chiesa d’Eusebio aumenta il desiderio di santità, aumenta senza dubbio l’autenticità, della nostra testimonianza. Don Secondo è vanto e orgoglio, è alta figura perché ha indicato con la Sua vita, con il suo servire, il valore dell’amore fino a donare la vita.

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