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caso accoglienza migranti

Cibo, vestiti e capienza delle strutture

Nuova udienza del processo: è stato ascoltato Mascarino

tribunale di Vercelli

Il tribunale di Vercelli (foto Gian Luca Marino)

“Buttavano i vestiti e volevano altro cibo: così i migranti manifestavano il loro disagio”, lo ha raccontato Gianluca Mascarino, indagato insieme all’ex prefetto Salvatore Malfi e altri tre imputati, durante la sua deposizione al processo per l’accoglienza dei migranti nel territorio vercellese tra il 2014 e il 2016.

Nell’udienza di giovedì 17 giugno, Mascarino, difeso dall’avvocato Andrea Corsaro, si è sottoposto ad esame davanti al collegio giudicante presieduto da Enrica Bertolotto: “Ricordo che il periodo era complicato – ha detto il presidente della Obiettivo Onlus – fui contattato dalla Prefettura, avevo già in gestione una struttura ma non avevo abbastanza posti. Venni contatto anche per la struttura di Palazzolo, insieme ad altre cooperative. Il sopralluogo avveniva alla presenza dei vigili del fuoco e sempre precedentemente. In quel periodo tutti cercavano nuove strutture, abbiamo chiesto a diversi Comuni, anche a quello di Vercelli che si è subito reso disponibile e che ha dimostrato grande sensibilità al problema dei migranti. Eravamo noi a pagare le utenze”.

Il pm ha poi insistito sui sopralluoghi e sulle capienze delle varie strutture: “Per quanto riguarda i posti veniva fatta una mia valutazione che comunque era subordinata a quella dei vigili del fuoco. A me non hanno mai rilasciato niente di scritto, penso fossero comunicazioni tra Prefettura e vigili del fuoco. Malfi non si è mai occupato della capienza delle strutture con me. I vigili del fuoco davano numeri maggiori rispetto a quelli che volevo io“.

Infine, Mascarino ha affrontato il tema delle proteste in merito a cibo e vestiti: “C’era difficoltà per l’abbigliamento invernale, non mettevano le giacche e le scarpe che fornivamo loro e restavano in infradito, erano le modalità con cui manifestavano il loro disagio. Alcuni volevano abiti firmati e non accettavano gli abiti della Dechatlon o di altri fornitori. Allo stesso modo con il cibo: si lamentavano del menù anche se veniva concordato tra loro e il cuoco”.

Una versione discordante rispetto a quella che, poco dopo, ha fornito un ospite della struttura di Albano, testimone del pm: “La quantità di cibo era sufficiente ma la qualità non era buona”. Successivamente è toccato ai testi della difesa Malfi, composta dai legali Oliviero Mazza e Roberto Scheda. Tra questi il predecessore dell’ex prefetto, Fulvio Rocco De Marinis: “La signora Leporati si occupò del contratto della collaboratrice domestica. Dopo qualche tempo mi chiamò Malfi dicendo di controllare la mia situazione contributiva. Poi mi chiamò anche la De Ronzo per dirmi che mancavano alcuni versamenti. A quel punto chiesi le ricevute alla Leporati che però non presentavano le date di versamento. Infine, mi arrivò una nota dell’Inps per il pagamento della mora, circa 600/700 euro, che io pagai per mettere fine alla questione”.

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